Walt Disney, il produttore che trasformò il cartoon in un'industria del disegno
Da Kansas City a Burbank, la parabola di un uomo che disegnava poco e organizzava moltissimo, e che costruì il modello produttivo dell'animazione 2D classica.

Nel 1928, sul treno che lo riportava da New York in California, Walt Disney aveva appena perso tutto ciò che aveva costruito. Il distributore Charles Mintz e la Universal si erano tenuti i diritti di Oswald il coniglio fortunato e avevano assunto gran parte dei suoi animatori. Da quella sconfitta nacque un topo. La storia del viaggio in treno è stata raccontata tante volte da sembrare leggenda, ma il punto è un altro: Disney imparò in quel momento che chi possiede i personaggi possiede il futuro.
Un autore che non animava
Nato a Chicago il 5 dicembre 1901 e cresciuto tra Marceline, nel Missouri, e Kansas City, Disney fu disegnatore pubblicitario prima di aprire il piccolo studio Laugh-O-Gram, fallito in fretta. Nel 1923 si trasferì a Hollywood, dove con il fratello Roy avviò la serie delle Alice Comedies, che mescolavano una bambina in carne e ossa con un mondo disegnato.
Va detto con chiarezza: a partire dalla seconda metà degli anni Venti Disney disegnò sempre meno. Il primo Topolino fu messo su carta in larghissima parte da Ub Iwerks. Il ruolo di Walt fu quello di regista, sceneggiatore occulto, voce del personaggio e soprattutto editore implacabile delle idee altrui. Era lui a decidere che cosa funzionava in una gag e che cosa andava tagliato.
Il suono, il colore, la profondità
Steamboat Willie, presentato a New York il 18 novembre 1928, non fu il primo cartone animato sonoro, ma fu il primo in cui musica, rumori e movimento erano pensati insieme fin dalla progettazione. Le Silly Symphonies nacquero proprio per sperimentare questa unione tra immagine e partitura. Nel 1932 Flowers and Trees fu il primo cortometraggio commerciale in Technicolor a tre colori, e Disney ottenne per qualche anno l'esclusiva del procedimento nell'animazione.
Poi venne la ricerca sulla profondità. La multiplane camera, sperimentata in modo compiuto in The Old Mill del 1937, permetteva di sovrapporre più livelli di fondali su lastre separate e di muovere la macchina da presa attraverso di essi. Il risultato era una prospettiva che il disegno piatto non aveva mai avuto.
Biancaneve e la fabbrica dei sogni
A metà degli anni Trenta Disney decise che il cortometraggio non bastava più. Biancaneve e i sette nani uscì nel dicembre 1937 dopo una lavorazione costosissima, che a Hollywood molti consideravano una follia. Il successo fu enorme e finanziò il nuovo studio di Burbank.
Per arrivarci Disney aveva creato una vera scuola interna. Fece tenere corsi di disegno dal vero, analizzò con i suoi animatori filmati di animali e di persone, separò con precisione i compiti: soggettisti, layout, animatori capo, assistenti, intercalatori, inchiostratrici e coloritrici. Il dipartimento di story, con le sue pareti coperte di disegni appuntati, è una sua invenzione organizzativa che sopravvive ancora oggi sotto il nome di storyboard.
Pinocchio e Fantasia, entrambi del 1940, mostrano il punto più alto di questa macchina, e anche il suo limite economico. La guerra in Europa chiuse i mercati esteri, i costi erano altissimi e nel 1941 lo studio fu attraversato da un lungo sciopero degli animatori. Quella frattura segnò la fine di una certa idea paternalistica dello studio e spinse fuori molti talenti, che avrebbero poi fondato la UPA.
L'eredità di un metodo
Negli anni Cinquanta Disney spostò progressivamente il suo interesse verso il cinema dal vero, la televisione e Disneyland, aperta nel 1955. I lungometraggi animati restarono, affidati in buona parte ai suoi animatori di punta, il gruppo che lui stesso chiamava i Nine Old Men. Morì a Burbank il 15 dicembre 1966, mentre era in lavorazione Il libro della giungla.
Valutarlo come artista è difficile, perché la sua opera è collettiva per definizione. Il suo contributo all'animazione 2D sta nel metodo: l'idea che un personaggio disegnato debba avere peso, pensieri e intenzioni leggibili, e che per ottenere questo serva un'organizzazione capace di formare e coordinare centinaia di persone. Molti hanno combattuto quel modello, dalla UPA agli autori indipendenti europei. Quasi nessuno ha potuto ignorarlo.


