Vip mio fratello superuomo, la satira dei supereroi che anticipò i tempi

Nel 1968 Bruno Bozzetto mise in scena due fratelli eredi di una stirpe di superuomini e una magnate del consumismo. Un film che parla di pubblicità e conformismo con mezzo secolo d'anticipo.

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Illustrazione generata con intelligenza artificiale (Magnific) per Animazione2D

Oggi i supereroi riempiono i cinema e prenderli in giro è diventato quasi un genere a sé. Nel 1968 la situazione era diversa. I fumetti americani circolavano anche in Italia, ma l'idea di costruire un intero lungometraggio animato sulla parodia del superuomo era tutt'altro che scontata. Bruno Bozzetto lo fece con Vip mio fratello superuomo, il suo secondo film per il cinema.

Due fratelli molto diversi

Il racconto ruota intorno all'ultima generazione di una dinastia di superuomini, i Vip. SuperVip è il classico eroe forte, sicuro di sé, muscoloso. Suo fratello MiniVip è piccolo, timido, con poteri modesti e un fisico per nulla eroico. Il film segue soprattutto lui, il fratello sbagliato, quello che non corrisponde all'immagine che la famiglia e il mondo si aspettano.

Già da questa premessa si capisce dove guarda Bozzetto. Il superuomo è una figura buffa proprio perché perfetta, e il personaggio interessante è quello che non ce la fa. MiniVip è un parente stretto del signor Rossi, un uomo comune finito in un ruolo troppo grande per lui.

Happy Betty e il consumismo

L'antagonista è Happy Betty, una potentissima donna d'affari che controlla un impero commerciale e progetta di trasformare l'umanità in una massa di consumatori obbedienti. I suoi strumenti sono la pubblicità, il condizionamento, la produzione in serie di desideri. È qui che il film mostra la sua parte più pungente e più attuale.

Bozzetto conosceva bene il mondo della pubblicità, dato che il suo studio lavorava per Carosello. Questo rende la satira ancora più interessante: è uno sguardo dall'interno su un sistema di cui l'autore faceva parte. Le sequenze dedicate al supermercato e alla manipolazione del pubblico hanno una precisione che va oltre la caricatura.

Stile e ritmo

Graficamente il film prosegue la linea di West and Soda, con personaggi stilizzati e una forte attenzione alla leggibilità. Ma il ritmo è più sostenuto, le gag più numerose, l'invenzione visiva più libera. Il tema stesso del superpotere consente trovate surreali, voli, trasformazioni, combattimenti in cui l'animazione può spingersi oltre ogni realismo.

Tra i collaboratori del film c'era Guido Manuli, che con Bozzetto avrebbe condiviso molti progetti negli anni successivi. La sua vena più anarchica e paradossale si intravede in alcune soluzioni comiche.

Perché rivederlo oggi

Rivisto adesso, Vip mio fratello superuomo sorprende per quanto abbia anticipato temi diventati centrali solo decenni dopo. La critica al consumismo, la manipolazione attraverso la pubblicità, la decostruzione del mito dell'eroe sono argomenti che il cinema mainstream ha scoperto molto più tardi.

Il film ha anche dei limiti, legati soprattutto ai mezzi produttivi dell'epoca. Alcune parti sono più deboli, e la struttura narrativa a tratti si disperde. Ma lo sguardo è lucido e l'umorismo regge.

Per molti spettatori italiani cresciuti negli anni Settanta e Ottanta, il film è stato un appuntamento televisivo ricorrente. Per chi lo scopre oggi, è un modo per capire che la satira dei supereroi ha radici più profonde di quanto si pensi, e che una di queste radici affonda in uno studio di animazione milanese della fine degli anni Sessanta.

La lezione di fondo è semplice e ancora valida. L'eroe perfetto annoia, il fratello imperfetto commuove. E una società che vende felicità in confezioni standard merita di essere presa in giro, anche con un disegno animato.

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