Il fiuto di Sherlock Holmes, quando i Pagot lavorarono con Miyazaki
Una coproduzione tra Rai e Tokyo Movie Shinsha, personaggi canini disegnati da Marco e Gi Pagot e alcuni episodi diretti da Hayao Miyazaki. Storia di una serie nata in Italia e cresciuta in Giappone.

Il detective di Baker Street ha il muso di una volpe, Watson è un cane dall'aria bonaria, la signora Hudson una giovane vedova dai modi gentili, Moriarty un cane dall'aria di lupo, dai denti aguzzi, che sfreccia su macchine volanti a vapore. Il fiuto di Sherlock Holmes è una delle serie animate più amate degli anni Ottanta, e pochi spettatori sapevano allora che la sua origine era italiana.
Un progetto nato a Milano
L'idea venne dalla Rai e dalla famiglia Pagot. Marco e Gi Pagot, figli di Nino e cresciuti nello studio di famiglia, svilupparono il concept e il design dei personaggi: un mondo vittoriano abitato da animali antropomorfi, con Sherlock Holmes come protagonista. Per la realizzazione serviva però una struttura produttiva di dimensioni che in Italia non esistevano. La scelta cadde sul Giappone e sullo studio Tokyo Movie Shinsha.
Siamo all'inizio degli anni Ottanta. Le serie giapponesi dominavano già i palinsesti delle reti italiane, e le coproduzioni tra i due paesi rappresentavano un modo per mettere insieme idee europee e capacità industriale nipponica. Il progetto sullo Sherlock Holmes canino era tra i più ambiziosi del genere.
La mano di Miyazaki
Alla regia dei primi episodi fu chiamato Hayao Miyazaki, che aveva già diretto Conan il ragazzo del futuro e Lupin III - Il castello di Cagliostro. Il suo contributo si riconosce nel ritmo delle sequenze d'azione, nell'amore per le macchine volanti e i congegni meccanici, nella cura per le figure femminili. La signora Hudson, in particolare, è un personaggio che sembra anticipare molte eroine dei suoi film successivi.
Miyazaki diresse un piccolo numero di episodi, sei secondo la ricostruzione più diffusa. La produzione si interruppe infatti per una controversia sui diritti con gli eredi di Arthur Conan Doyle, e quando poté riprendere il regista era ormai impegnato su Nausicaä della Valle del vento. Gli episodi successivi furono realizzati da altri registi dello studio.
Una distribuzione complicata
La vicenda dei diritti ebbe conseguenze curiose. Alcuni episodi diretti da Miyazaki furono mostrati in Giappone al cinema, in abbinamento a Nausicaä, prima ancora che la serie arrivasse in televisione. La messa in onda televisiva arrivò solo tra il 1984 e il 1985, quasi in contemporanea in Giappone e in Italia, e da lì la serie circolò in molti paesi.
Per lo spettatore italiano Il fiuto di Sherlock Holmes sembrava una delle tante serie giapponesi. Il nome dei Pagot nei titoli passava inosservato. Solo con il crescere dell'interesse critico per Miyazaki, negli anni Novanta e Duemila, la genesi italiana del progetto è diventata un argomento di discussione tra gli appassionati.
Che cosa ci dice questa serie
Il caso è esemplare per capire una fase dell'animazione italiana. Gli autori avevano idee, personaggi e una tradizione grafica solida. Mancavano la scala produttiva e i capitali per realizzare in casa una serie di decine di episodi. La coproduzione era la soluzione, con tutti i rischi del caso: perdita di controllo creativo, visibilità ridotta, dipendenza da partner esterni.
Eppure il risultato regge ancora oggi. Il design dei Pagot si integra perfettamente con la regia giapponese, e la serie ha un equilibrio raro tra avventura, umorismo e malinconia. Per molti spettatori è stata il primo incontro, inconsapevole, con il cinema di Miyazaki.
È anche la dimostrazione che l'animazione italiana ha saputo esportare idee, oltre che prodotti finiti. Un mondo inventato a Milano è diventato un classico della televisione giapponese, e da lì è tornato nelle case italiane.


