Valzer con Bashir, il documentario animato che ricostruisce una memoria rimossa

Ari Folman non ricorda nulla del massacro di Sabra e Shatila, a cui assistette da soldato nel 1982. Il suo film usa l'animazione per indagare quel vuoto e lo chiude con immagini reali.

Ari Folman TASFF
Immagine: Goldmanel · CC BY-SA 3.0 · Wikimedia Commons

Il film comincia con ventisei cani. Corrono per le strade di Tel Aviv, rovesciano tavolini, terrorizzano i passanti e si fermano sotto la finestra di un uomo. È un sogno ricorrente di un amico di Ari Folman, ex soldato come lui, che durante la guerra in Libano del 1982 aveva l'incarico di sparare ai cani dei villaggi perché non dessero l'allarme. Ora ogni notte li vede tornare. Da quel racconto, fatto in un bar, parte l'indagine di Valzer con Bashir.

Una memoria cancellata

Ari Folman, regista israeliano, si rende conto quella sera di non ricordare quasi nulla della propria esperienza militare in Libano, nonostante fosse stato presente a Beirut durante il massacro nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila, nel settembre 1982, compiuto dalle milizie falangiste cristiane libanesi mentre l'esercito israeliano controllava l'area. Gli resta un'unica immagine, che non sa se sia un ricordo o un'invenzione: lui e due compagni che escono nudi dal mare di notte, sotto la luce dei razzi illuminanti.

Il film segue Folman mentre interroga ex commilitoni, un giornalista, uno psicologo, cercando di ricostruire cosa sia successo e perché la sua memoria abbia cancellato quei giorni.

Perché l'animazione

Valzer con Bashir, presentato in concorso a Cannes nel 2008, è un documentario: le persone intervistate sono reali e la maggior parte delle voci appartiene a loro. Ma l'intero film è animato. Folman spiegò che solo il disegno poteva rappresentare insieme i ricordi, i sogni, le allucinazioni e le testimonianze, mantenendo una continuità visiva tra ciò che è accaduto e ciò che si è immaginato.

Spesso il film viene descritto come realizzato in rotoscopio, ma la tecnica è diversa. Le interviste furono filmate in video e usate come riferimento, poi i personaggi vennero ridisegnati da zero dalla squadra guidata dal direttore artistico e illustratore David Polonsky, scomposti in parti e animati digitalmente con una tecnica di cut-out, combinata con elementi di animazione tradizionale e di grafica tridimensionale. Il risultato ha un aspetto particolare: figure dai contorni netti e neri, movimenti a volte rigidi, una palette dominata da gialli, arancioni e neri.

La rigidità del movimento, che in un altro film sarebbe un difetto, qui produce un senso di distacco, come se i personaggi fossero sospesi tra realtà e ricordo.

Il valzer

La sequenza che dà il titolo al film mostra un soldato che, in mezzo a una strada di Beirut sotto il fuoco nemico, impugna il mitra e comincia a sparare ruotando su se stesso come in una danza, mentre sui muri campeggiano manifesti di Bashir Gemayel, il presidente eletto libanese assassinato pochi giorni prima, il cui omicidio scatenò la vendetta dei falangisti. È un momento di follia e di bellezza assurda che riassume il tono del film.

La musica di Max Richter accompagna le scene con un minimalismo malinconico, mentre canzoni rock e pop degli anni Ottanta sottolineano l'assurdità della guerra vista da ragazzi di diciannove anni.

Le immagini finali

Negli ultimi minuti, l'animazione si interrompe. Lo schermo mostra filmati d'archivio reali, girati nei campi dopo il massacro: corpi, macerie, donne che urlano. Il passaggio è brutale e voluto. L'animazione ha permesso di avvicinarsi alla memoria, ma la realtà, alla fine, deve essere guardata senza filtri.

Il film vinse il Golden Globe come miglior film straniero e ottenne una candidatura all'Oscar nella stessa categoria. È stato criticato da alcuni per aver messo al centro il trauma del soldato israeliano piuttosto che quello delle vittime palestinesi, e la discussione su questo punto è legittima. Resta un'opera che ha cambiato il modo in cui si pensa il rapporto tra animazione e documentario, dimostrando che il disegno può essere uno strumento di indagine sulla verità e non solo di finzione.

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