L'illusionista, Chomet dà corpo animato a una sceneggiatura inedita di Tati
Un mago di varietà in declino, una ragazza che crede alla magia, Edimburgo alla fine degli anni Cinquanta. L'illusionista è il film più malinconico di Sylvain Chomet.

Il protagonista di L'illusionista si chiama Tatischeff, che era il vero cognome di Jacques Tati. Ha la sua altezza, la sua camminata un po' piegata in avanti, il suo modo di esitare davanti alle cose. Non è una citazione né un omaggio generico. Il film, diretto da Sylvain Chomet e uscito nel 2010, nasce da una sceneggiatura che Tati aveva scritto alla fine degli anni Cinquanta e non aveva mai girato.
Una sceneggiatura nel cassetto
Il testo di Tati restò inedito per decenni. Fu la figlia, Sophie Tatischeff, a proporre a Chomet di realizzarlo quando lui le chiese il permesso di inserire in Appuntamento a Belleville un frammento di Giorno di festa. Sophie morì nel 2001, prima che il progetto prendesse forma. Chomet adattò la sceneggiatura e decise di spostare l'ambientazione da Praga, prevista da Tati, a Edimburgo, città in cui aveva aperto il suo studio.
La storia è semplice. Un illusionista francese di mezza età fatica a trovare lavoro. I teatri di varietà chiudono, il pubblico preferisce i gruppi rock, il suo coniglio è nervoso. Accetta una scrittura in un villaggio delle Highlands scozzesi, dove conosce Alice, una ragazza che lavora nella locanda. Lei è affascinata dai suoi trucchi, crede che sia davvero un mago, e lo segue a Edimburgo.
La città come personaggio
Edimburgo è la vera protagonista visiva del film. Chomet e la sua squadra la ritrassero con una precisione amorevole: la collina del castello, le strade in pendenza, i tetti grigi, la luce che cambia di continuo sotto un cielo umido. Molte inquadrature sono composte come vedute d'epoca, con la città che si apre sotto lo sguardo dei personaggi.
La palette è dominata dai grigi e dagli azzurri pallidi, con lampi caldi nelle scene d'interno e al tramonto. L'animazione dei personaggi segue la lezione di Tati: pochi primi piani, molte inquadrature larghe in cui l'azione si svolge in profondità e lo spettatore deve cercarla. I dialoghi sono quasi assenti, e quelle poche parole sono spesso incomprensibili, mescolate di francese, inglese e gaelico.
Il padre e la figlia
Il rapporto tra Tatischeff e Alice è il cuore del film, e anche la sua parte più discussa. Il mago si comporta come un padre: per mantenere viva l'illusione della ragazza, lavora di nascosto in un garage, in una vetrina, spende tutto per comprarle cappotti e scarpe. Lei non sa nulla dei suoi sacrifici e crede che i regali appaiano per magia.
Il film è stato letto come una riflessione di Tati sul rapporto con i figli, e intorno alla sceneggiatura è nata anche una controversia su chi fosse la figlia a cui il regista pensava davvero. Chomet ha scelto di dedicare il film a Sophie. Al di là delle letture biografiche, il racconto parla di un mondo che finisce, quello dello spettacolo di varietà, e di un uomo che si accorge di essere diventato superfluo.
I comprimari
La pensione in cui vivono Tatischeff e Alice è abitata da altri artisti in declino: un clown depresso, un ventriloquo alcolizzato, tre acrobati che finiscono a fare pubblicità. Sono figure tratteggiate con affetto e disperazione, e la loro presenza allarga il discorso a un'intera categoria. Il clown che medita il suicidio e viene salvato da una minestra è una scena che Chomet risolve con delicatezza.
Il finale, che non conviene anticipare nei dettagli, è tra i più tristi del cinema d'animazione recente, e anche tra i più sobri. Non c'è nessun colpo di scena, solo un uomo che fa una scelta e lascia andare.
Il gesto di Tati
L'illusionista ottenne una candidatura all'Oscar per il miglior film d'animazione. Rispetto a Belleville, abbandona il grottesco a favore della malinconia e lavora su un'osservazione più realistica dei corpi. In una scena Tatischeff entra per caso in un cinema e vede sullo schermo Mio zio, cioè Tati stesso. È l'unico momento in cui il film dichiara apertamente il proprio gioco, e lo fa senza enfasi.


