Tex Avery, l'uomo che insegnò al cartoon a correre più veloce dello spettatore

Alla Warner diede voce a Bugs Bunny, alla MGM portò la gag oltre ogni limite fisico. Il regista texano che scelse l'esagerazione come linguaggio.

Dude Beanly Jr. (first appearance) (original art)
Immagine: Tex Avery · Public domain · Wikimedia Commons

Un lupo vede una ragazza su un palco. Gli occhi gli schizzano fuori dalle orbite, la mascella crolla sul tavolo, il corpo si irrigidisce come un'asse e fischia come una locomotiva. Red Hot Riding Hood, del 1943, contiene una delle reazioni più imitate della storia dell'animazione. Chi l'ha diretta, Frederick Bean Avery detto Tex, aveva capito una cosa che altri faticavano ad accettare: un cartone animato non deve fingere di essere il mondo reale.

Dal Texas a Termite Terrace

Avery nacque a Taylor, in Texas, il 26 febbraio 1908. Arrivato in California, lavorò come intercalatore e animatore nello studio di Walter Lantz. Nel 1935 passò alla Warner, nello studio prodotto da Leon Schlesinger, che gli assegnò un piccolo edificio malandato soprannominato Termite Terrace. Con lui c'erano giovani come Chuck Jones e Bob Clampett.

Il gruppo si mise a lavorare contro il modello dominante. I cortometraggi Disney cercavano la grazia e la verosimiglianza, quelli di Avery puntavano sul ritmo e sulla sorpresa. Nel 1937 Porky's Duck Hunt introdusse un'anatra completamente svitata, che diventerà Daffy Duck. Nel 1940 A Wild Hare presentò il coniglio che conosciamo come Bugs Bunny, con la sua calma beffarda e la domanda masticata con una carota in bocca.

La regola della quarta parete

La novità di Avery sta anche nel rapporto con il pubblico. I suoi personaggi sanno di essere in un film. Si rivolgono agli spettatori, commentano la trama, leggono le didascalie, si accorgono della sagoma di qualcuno in platea proiettata sullo schermo. Le gag sulla pellicola, sul bordo dell'inquadratura, sulla convenzione stessa del cartone animato diventano materiale comico.

È un'idea di animazione autoriflessiva, figlia del vaudeville e della parodia, che negli anni Quaranta sembrava irriverente e che oggi appare modernissima.

Gli anni MGM

Nei primi anni Quaranta, dopo dissidi con Schlesinger, Avery si trasferì alla MGM. Lì ebbe budget più alti e animatori di grande mestiere, e li usò per spingere le gag ancora più lontano. Nacque Droopy, il bassotto impassibile che compare per la prima volta in Dumb-Hounded del 1943 e che è sempre, misteriosamente, già arrivato dove il cattivo sta fuggendo.

I film MGM di Avery sono costruiti su un'accelerazione progressiva. In King-Size Canary, del 1947, un gatto, un cane, un topo e un canarino bevono a turno un fertilizzante che li fa crescere, finché i protagonisti diventano più grandi del pianeta e il film si chiude perché non c'è più spazio. In Bad Luck Blackie, del 1949, la superstizione del gatto nero si traduce in una pioggia crescente di oggetti che cadono dal cielo, dalle casseforti ai lavandini.

La velocità del montaggio è un'altra firma. Avery taglia prima che lo spettatore abbia finito di ridere, toglie i fotogrammi di preparazione, lascia che una reazione esploda all'istante. Molte sue gag durano pochi fotogrammi.

Dopo il cinema

Negli anni Cinquanta Avery lasciò la MGM e, dopo un breve passaggio da Lantz, si dedicò soprattutto alla pubblicità televisiva. La fine del cortometraggio da cinema, schiacciato dai costi e dalla televisione, chiuse il suo periodo d'oro. Gli ultimi anni li passò alla Hanna-Barbera. Morì il 26 agosto 1980.

La sua influenza è vastissima. Si riconosce nei cartoni elastici della televisione americana degli anni Novanta, in Chi ha incastrato Roger Rabbit, nel gusto per la reazione esagerata che attraversa molta animazione contemporanea. Ma il suo lascito più profondo è teorico. Avery dimostrò che l'animazione 2D poteva rivendicare la propria natura di disegno, con leggi fisiche tutte sue, e trasformare questa libertà in una macchina comica di precisione.

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