Il tempo nel cortometraggio animato, come si racconta una vita in pochi minuti

Il corto non è un lungometraggio in miniatura. Ha una sua economia del tempo, fatta di ellissi, ripetizioni e densità, che ne fa la forma d'elezione dell'animazione d'autore.

Praxinoscope
Immagine: Gerarus · CC BY 4.0 · Wikimedia Commons

Sette minuti, cento anni. È la proporzione che molti cortometraggi d'animazione hanno il coraggio di affrontare. Raccontano una vita intera, la storia di un luogo, il passaggio delle stagioni, in uno spazio che al cinema dal vero basterebbe appena per una scena. Riescono a farlo perché lavorano sul tempo in un modo che appartiene al formato breve.

Il cortometraggio è la forma storica dell'animazione. I cartoni degli anni Trenta e Quaranta duravano tra i sei e gli otto minuti, e la gran parte dell'animazione d'autore, dai festival di Annecy e Zagabria in poi, si è espressa in film brevi. Non si tratta solo di una questione economica, anche se animare costa. Il formato breve ha una sua logica narrativa.

L'arte dell'ellissi

La tecnica fondamentale del corto è l'ellissi, il salto temporale. In un lungometraggio si può seguire un personaggio passo dopo passo; in un corto si salta da un momento significativo all'altro, lasciando allo spettatore il compito di riempire i vuoti. Il cortometraggio funziona per frammenti scelti con cura, ognuno dei quali deve contenere molto.

Father and Daughter di Michaël Dudok de Wit è un esempio perfetto. Ogni ritorno della protagonista sull'argine corrisponde a una fase della vita, e tra un ritorno e l'altro passano anni. Non c'è bisogno di raccontare cosa sia successo nel frattempo: l'età della donna, la bicicletta diversa, la presenza o l'assenza di qualcuno accanto a lei dicono tutto.

Ripetizione e struttura

Molti cortometraggi animati si basano sulla ripetizione. Un luogo, un gesto, una situazione tornano più volte, e il senso emerge dalle variazioni. La ripetizione dà allo spettatore punti di riferimento che permettono salti temporali enormi senza disorientarlo.

Questa struttura è vicina a quella della poesia o della musica. Il cortometraggio animato procede spesso per rime visive, ritornelli, temi che si sviluppano. È una delle ragioni per cui molti autori di animazione si sentono più vicini alla poesia che al romanzo.

Il tempo dilatato

Esiste anche la strada opposta. Alcuni cortometraggi non comprimono il tempo, lo dilatano. Raccontano un solo momento, un breve episodio, con un'attenzione ai dettagli che lo trasforma in un'esperienza intensa.

Il riccio nella nebbia (1975) del russo Jurij Norštejn dura una decina di minuti e racconta il tragitto di un piccolo riccio che va a trovare un amico orsetto, attraversando un banco di nebbia. Non succede quasi nulla, eppure il film è considerato uno dei capolavori dell'animazione mondiale. Il tempo si dilata nella nebbia, nell'incertezza, nella paura e nella meraviglia del protagonista. Ogni secondo è denso di atmosfera.

La densità

Che comprima o dilati, il cortometraggio richiede densità. Ogni inquadratura deve contribuire al senso; non c'è spazio per scene di transizione, per spiegazioni, per sottotrame. Questo impone una disciplina rigorosa nella scrittura e nello storyboard.

Per chi realizza un cortometraggio animato, una delle prime decisioni riguarda proprio la scala temporale. Si racconta un istante, un giorno, una vita? La risposta determina il ritmo, la struttura, il numero di scene, il modo di passare dall'una all'altra. Molti corti falliscono perché cercano di raccontare una storia da lungometraggio in pochi minuti, accumulando eventi senza dare a nessuno il tempo di respirare.

Il finale

Il finale del cortometraggio ha un peso particolare. In pochi minuti lo spettatore costruisce un'aspettativa che deve essere risolta in modo soddisfacente, e spesso sorprendente. Molti corti animati si chiudono con un'immagine che riassume e trasforma il senso di tutto ciò che si è visto. Nel cortometraggio comico è la gag finale, più grande delle altre. In quello d'autore è spesso un'immagine sospesa, aperta, che continua a lavorare nella memoria dello spettatore dopo la fine. In entrambi i casi l'ultimo istante decide il valore dei minuti precedenti, ed è per questo che molti autori lo progettano per primo.

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