Satoshi Kon, quattro film per confondere sogno, schermo e realtà
Da Perfect Blue a Paprika, il regista scomparso nel 2010 ha costruito un cinema d'animazione fondato sul montaggio e sull'ambiguità tra ciò che è vero e ciò che è rappresentato.

Una cantante idol entra nel camerino, si guarda allo specchio e il riflesso le sorride con un'espressione che lei non ha. Bastano pochi minuti di Perfect Blue per capire che Satoshi Kon non intendeva usare l'animazione per evadere dalla realtà, bensì per incrinarla. In poco più di dieci anni ha diretto quattro lungometraggi e una serie televisiva, e quasi tutti ruotano intorno alla stessa domanda: dove finisce ciò che vediamo e dove comincia ciò che immaginiamo?
Dal manga al cinema
Kon nasce a Sapporo nel 1963 e studia alla Musashino Art University. Inizia come mangaka e lavora come assistente di Katsuhiro Ōtomo, l'autore di Akira. Il passaggio all'animazione avviene da sceneggiatore e scenografo: scrive Magnetic Rose, l'episodio di apertura del film collettivo Memories (1995), e lavora ai layout di Patlabor 2 di Mamoru Oshii. Da entrambi impara il rigore della messa in scena realistica.
Perfect Blue, il debutto
Perfect Blue esce nel 1997, prodotto da Madhouse, tratto liberamente da un romanzo di Yoshikazu Takeuchi. Mima lascia il gruppo musicale in cui canta per diventare attrice. Accetta ruoli sempre più scabrosi in una serie poliziesca, mentre un fan ossessivo la perseguita e un diario online racconta la sua vita in prima persona, con dettagli che solo lei dovrebbe conoscere.
Il budget era modesto e si vede in certi passaggi. Kon trasforma il limite in uno stile. Le scene della serie televisiva che Mima interpreta, i sogni e la vita reale sono girati con la stessa grammatica visiva, e il montaggio passa dall'una all'altra senza avvertire. Lo spettatore perde l'orientamento insieme alla protagonista. Il film è stato a lungo citato come riferimento dal cinema occidentale per il suo uso del doppio e dello specchio.
Il montaggio come firma
Il secondo film, Millennium Actress (2001), rovescia il tono. Una vecchia diva racconta la sua vita a due documentaristi, che entrano letteralmente nei suoi ricordi e nei film che ha interpretato. La storia del cinema giapponese scorre in un'unica corsa, dai drammi in costume al cinema di fantascienza.
Qui si vede meglio il tratto distintivo di Kon, il raccordo. Un gesto iniziato in un'epoca si conclude in un'altra, una porta aperta in un film si apre su un set diverso. Nell'animazione questo trucco costa poco, perché tutto è disegnato, ma richiede una pianificazione minuziosa dello storyboard. Kon disegnava personalmente gran parte dei layout e degli storyboard dei suoi film.
Tokyo Godfathers (2003) è il suo film più caldo. Tre senzatetto trovano una neonata la notte di Natale e attraversano Tokyo per restituirla ai genitori. È una commedia di coincidenze, un omaggio dichiarato al cinema hollywoodiano classico. Paranoia Agent (2004), serie di tredici episodi, torna invece all'inquietudine, con un ragazzino in pattini che aggredisce persone in crisi.
Paprika e l'interruzione
Paprika (2006), dal romanzo di Yasutaka Tsutsui, è la summa. Uno strumento permette di entrare nei sogni altrui, viene rubato, e i sogni cominciano a riversarsi nella città. La parata di elettrodomestici, statue e bambole che invade Tokyo è uno dei pezzi di animazione più densi degli anni Duemila.
Kon muore il 24 agosto 2010, a quarantasei anni, per un tumore al pancreas. Stava lavorando a Yume miru kikai, un film per ragazzi con protagonisti dei robot, rimasto incompiuto. La sua influenza è cresciuta dopo la morte, tra critici, registi e animatori che hanno trovato nei suoi quattro film un modo diverso di usare il disegno. In mano sua l'animazione diventava cinema della mente, capace di montare insieme pensieri, ricordi e immagini come fanno i sogni.


