Hilda su Netflix, i fumetti di Luke Pearson diventano una serie che sa di neve e di carta
Tredici episodi prodotti da Silvergate e animati da Mercury Filmworks portano sullo schermo la ragazzina dai capelli blu e il suo mondo di troll, elfi e giganti. Un adattamento fedele e pieno di grazia.

Esiste un modo semplice per capire se una serie per ragazzi funziona: guardarla senza ragazzi accanto e accorgersi di aver fatto le due di notte. Con Hilda, arrivata su Netflix il 21 settembre con tredici episodi da una ventina di minuti, è successo. La serie è tratta dai romanzi a fumetti di Luke Pearson, pubblicati in inglese da Flying Eye Books, ed è prodotta da Silvergate Media con l'animazione dello studio canadese Mercury Filmworks, aiutato da Atomic Cartoons per una parte degli episodi. Pearson ha seguito lo sviluppo insieme a Stephanie Simpson e Kurt Mueller, e si vede.
Dalla baita alla città murata
Hilda è una bambina dai capelli blu che vive con la madre Johanna in una baita in mezzo ai boschi, in un Nord vagamente scandinavo popolato di creature del folklore. Ha un volpe-cervo bianco di nome Twig, un taccuino da esploratrice e una curiosità che la porta sempre un passo oltre il confine del prudente. I primi episodi riprendono i fumetti in modo abbastanza diretto. Un popolo di elfi invisibili vuole cacciare la famiglia dalla baita. Un gigante vaga di notte per le montagne in cerca di qualcuno. La loro casa non sopravvive a queste visite, e Hilda e la madre si trasferiscono a Trolberg, città circondata da mura e da campane che tengono lontani i troll.
Da qui la serie si allarga con storie nuove, pensate per la televisione. Hilda entra negli scout locali, si fa due amici, la puntigliosa Frida e il pauroso David, scopre che il tranquillo ordine cittadino nasconde una quantità di spiriti, fantasmi, folletti domestici e animali giganti. Ogni episodio ha la sua piccola avventura, ma la stagione costruisce con pazienza alcuni fili che arrivano a compimento nelle ultime puntate.
Un design che sa di libro
L'animazione è in 2D digitale, con personaggi dalle forme semplici e arrotondate, molto vicini al tratto di Pearson. Non c'è la ricerca dello spettacolo a tutti i costi. Il movimento è misurato, la recitazione affidata a piccoli gesti, e le scene d'azione restano leggibili anche quando compaiono creature enormi. Il lavoro più bello sta però nei fondali: boschi blu e verdi, cieli bassi e lattiginosi, la città con i suoi tetti spioventi e le sue strade affollate. Il colore ha qualcosa di stampato, piatto e caldo, come le pagine dei fumetti originali.
Anche il suono contribuisce. La sigla è firmata da Grimes, le musiche da Dan Mangan e Ryan Carlson, con una canzone di chiusura dello stesso Mangan. Nella versione originale Hilda ha la voce di Bella Ramsey, che le dà un'energia ruvida e convincente, lontana dalle protagoniste troppo garbate di tante serie per bambini.
Il rispetto per il mistero
Quello che rende Hilda speciale è un'attitudine. La serie non spiega troppo. Le creature non sono mai del tutto buone o cattive, hanno regole proprie, spesso incomprensibili, e la soluzione dei problemi passa più dall'ascolto che dalla forza. Nell'episodio della parata degli uccelli Hilda si perde in città e si prende cura di un corvo ferito che si rivela molto più importante di quanto sembri; in quello del fantasma un'apparizione inquietante si rivela più triste che minacciosa. È una lezione di empatia che non si presenta mai come tale.
Il difetto, se proprio bisogna trovarne uno, è un'oscillazione nel ritmo. Alcuni episodi autoconclusivi della parte centrale sono più deboli e somigliano a riempitivi, e il passaggio dai fumetti alle storie originali non è sempre fluido. Ma la qualità generale resta alta.
Con tante serie animate per ragazzi che urlano e corrono, Hilda sceglie la lentezza di una passeggiata nel bosco. Funziona per i bambini e per gli adulti, e soprattutto ha un'identità visiva chiara. È la cosa migliore che Netflix abbia prodotto per un pubblico giovane da parecchio tempo.


