Samurai Jack, Genndy Tartakovsky e il cinema del silenzio in televisione
Composizioni panoramiche, scene senza dialoghi, nessun contorno nero sui fondali. Samurai Jack ha portato nella serialità di Cartoon Network un linguaggio visivo da cinema d'autore.

Un samurai cammina in un deserto. Il vento solleva la sabbia. L'inquadratura è larghissima, l'uomo è un punto nell'immagine, e per diversi secondi non succede nient'altro. In una serie animata per ragazzi di inizio millennio, abituata al ritmo frenetico e ai dialoghi continui, una scena del genere era quasi una provocazione. Samurai Jack, creato da Genndy Tartakovsky e andato in onda per la prima volta su Cartoon Network nell'agosto 2001, era costruito su momenti così.
La premessa
Un principe giapponese viene addestrato da maestri di tutto il mondo per affrontare Aku, demone malvagio che ha conquistato il regno di suo padre. Armato di una spada magica, il giovane affronta il demone e sta per sconfiggerlo, quando Aku apre un portale nel tempo e lo scaglia in un futuro lontano, dove il male regna incontrastato. Lì il samurai viene chiamato Jack, e lungo tutta la serie cerca un modo per tornare indietro e impedire quel futuro.
La premessa, riassunta nella sigla con la voce di Aku, permette a ogni episodio di essere quasi autonomo. Jack attraversa deserti, città futuristiche, foreste, mondi sottomarini, incontrando robot, alieni, creature mitologiche, guerrieri di ogni epoca. La serie è essenzialmente episodica, un racconto d'avventura in cui la continuità conta meno dell'esperienza del singolo episodio.
Lo stile visivo
Tartakovsky, che aveva creato in precedenza Il laboratorio di Dexter, sviluppò per Samurai Jack un'estetica molto particolare. I fondali non hanno contorni neri. Sono costruiti con campiture di colore piatto, forme geometriche, sfumature minime, che ricordano la grafica pubblicitaria degli anni Cinquanta e le illustrazioni moderniste. La direzione artistica fu affidata principalmente a Scott Wills, il cui lavoro sugli ambienti è centrale nell'identità della serie.
I personaggi sono disegnati con linee spezzate e angolari. Jack è una figura stilizzata, con un kimono bianco e una forma allungata, essenziale. Aku, con la sua testa fiammeggiante e il corpo nero sinuoso, è un demone teatrale e comico al tempo stesso, doppiato in originale da Mako con una voce indimenticabile.
Tartakovsky lavora con il formato dello schermo in modo cinematografico. Usa inquadrature panoramiche, divide l'immagine in più pannelli simultanei, alterna primi piani estremi a campi lunghissimi. Le influenze sono dichiarate: il cinema di Akira Kurosawa, gli spaghetti western di Sergio Leone, i fumetti di Frank Miller come Ronin, i film di arti marziali.
Il silenzio e l'azione
La caratteristica più distintiva della serie è l'uso del silenzio. Molti episodi contengono lunghe sequenze senza dialoghi, in cui l'azione è raccontata soltanto attraverso le immagini, il montaggio e il suono. Jack parla poco. Le scene di combattimento sono coreografate con precisione e montate con un ritmo che alterna attese prolungate a esplosioni di movimento rapidissimo.
Episodi come quello degli Spartani, in cui Jack combatte al fianco di un esercito ispirato a quello delle Termopili, o quello degli arcieri ciechi, sono esempi di come la serie potesse raggiungere un'intensità epica in venti minuti.
La quinta stagione
Dopo quattro stagioni, la serie si interruppe nel 2004 senza una conclusione. Tredici anni dopo, nel 2017, Tartakovsky tornò con una quinta stagione trasmessa nel blocco Toonami di Adult Swim. Il tono era molto più cupo e adulto: Jack, invecchiato e tormentato, vede apparizioni, ha perso la spada e combatte contro assassine addestrate da un culto di Aku. La stagione raccontava una storia continua, con un finale vero e proprio.
La voce di Jack è di Phil LaMarr in tutte le stagioni. Mako, morto nel 2006, fu sostituito da Greg Baldwin nel ruolo di Aku.
Samurai Jack ha influenzato profondamente l'animazione televisiva americana degli anni successivi. Ha dimostrato che si poteva fare un cartone per ragazzi con il linguaggio del cinema d'autore, fidandosi dell'intelligenza visiva del pubblico. Tartakovsky avrebbe poi spinto ancora oltre questa idea con Primal.


