Bambi e la foresta di Tyrus Wong, il realismo che cambiò l'animazione Disney
Anni di studio dell'anatomia animale e le pitture di un artista cinoamericano a lungo dimenticato. Così Bambi diventò il film più contemplativo della Disney classica.

Nello studio di Burbank, alla fine degli anni Trenta, arrivarono due cerbiatti veri. Servivano agli animatori per osservare come si muove un cervo, come piega le zampe, come tende le orecchie al minimo rumore. Insieme a loro arrivarono conigli, puzzole, uccelli, e un docente d'arte, Rico LeBrun, chiamato a tenere lezioni di anatomia animale. Bambi, uscito nell'agosto 1942, è il frutto di quella lunga preparazione, ed è il lungometraggio Disney in cui l'osservazione della natura conta più della gag.
Dal romanzo austriaco al bosco americano
Il soggetto veniva dal romanzo di Felix Salten, pubblicato a Vienna nel 1923, una storia malinconica e a tratti cupa sulla vita degli animali del bosco e sulla minaccia costante dell'uomo. Disney ne acquisì i diritti nella seconda metà degli anni Trenta, ma la lavorazione si rivelò lunghissima. Il realismo richiesto metteva in crisi i metodi dello studio, abituato a personaggi elastici e caricaturali.
La supervisione della regia toccò a David Hand. Il gruppo di animatori che lavorò ai protagonisti comprendeva alcuni dei futuri Nine Old Men, tra cui Frank Thomas, Ollie Johnston, Milt Kahl ed Eric Larson. Fu in buona parte su Bambi che questi artisti affinarono la capacità di dare peso e struttura credibile a corpi animali, senza rinunciare all'espressività.
La pittura di Tyrus Wong
La svolta visiva arrivò da un artista che nello studio lavorava in una posizione secondaria. Tyrus Wong, nato in Cina e arrivato negli Stati Uniti da bambino, presentò una serie di piccoli dipinti in cui la foresta era suggerita più che descritta. Macchie di colore, dettagli concentrati al centro dell'immagine, bordi che si dissolvono nella nebbia. L'influenza della pittura di paesaggio cinese della dinastia Song era evidente.
Walt Disney ne fu colpito e Wong divenne il riferimento per lo stile del film. Il bosco di Bambi non ha la minuzia ornamentale di Biancaneve: è un ambiente atmosferico, che cambia con le stagioni e con la luce, e in cui i personaggi sembrano immersi più che collocati. Per decenni il contributo di Wong rimase poco noto al grande pubblico. Il suo nome compare nei titoli con la qualifica di background, ma il riconoscimento pieno arrivò solo molto più tardi, grazie a mostre e studi dedicati.
Il fuori campo
Il momento più famoso del film è una scena che non mostra nulla. Bambi e la madre escono sul prato innevato in cerca d'erba fresca, lei avverte il pericolo, gli grida di correre. Uno sparo. Bambi arriva nel folto e si volta, ma la madre non c'è più. Lo spettatore non vede il corpo né il cacciatore.
La scelta del fuori campo rende la perdita più astratta e più devastante, perché coincide con lo sguardo del protagonista. L'uomo, del resto, non appare mai in tutto il film. È una presenza annunciata dal silenzio improvviso degli uccelli, da uno sparo, da un incendio. Questa assenza fa dell'essere umano una forza quasi naturale, una minaccia senza volto.
Tamburino e la commedia
Accanto alla malinconia, il film costruisce una vena comica affidata soprattutto al coniglio Tamburino e alla puzzola Fiore. La scena in cui Bambi impara a camminare sul ghiaccio, con le zampe che scivolano in tutte le direzioni, è una lezione di timing fisico. Funziona perché poggia sullo stesso studio anatomico che rende credibili i momenti drammatici. Sappiamo come si muove un cerbiatto, quindi capiamo esattamente in che modo sta sbagliando.
La primavera degli innamoramenti, con i personaggi che vanno in confusione al passaggio delle compagne, è il segmento più datato. L'incendio finale, invece, con i rossi che invadono lo schermo e gli animali in fuga, mostra di nuovo il controllo del colore che lo stile di Wong aveva reso possibile.
Bambi fu accolto con freddezza da una parte della stampa e dagli ambienti venatori americani, che lo considerarono ostile alla caccia. Oggi è uno dei film più citati quando si parla di animazione naturalistica. Il suo lascito più prezioso sta però nella lezione di sottrazione: meno dettagli, più atmosfera, e la fiducia che lo spettatore riempia da solo i vuoti.


