Il rotoscopio e il perturbante, perché il movimento ricalcato inquieta
Ricalcare fotogramma per fotogramma un attore filmato sembra la via più breve verso il realismo. Dai Fleischer a Bakshi a Linklater, la tecnica ha prodotto meraviglie e un disagio difficile da spiegare.

Il pagliaccio Koko esce da un calamaio, saltella sul tavolo da disegno, si mette a fare capriole. Si muove in modo fluido, umano, molto diverso dai personaggi rigidi dei cartoni coevi. Il motivo è semplice: sotto il disegno c'è un uomo vero. Dave Fleischer, vestito da clown, era stato filmato mentre ballava, e ogni fotogramma era stato ricalcato su carta.
Lo strumento che permetteva questa operazione si chiamava rotoscopio, e fu brevettato da Max Fleischer, fratello di Dave, alla metà degli anni Dieci del Novecento. Il principio è semplice: un proiettore riflette un fotogramma alla volta su una superficie di vetro, dove l'animatore può ricalcarlo. La serie Out of the Inkwell lo sfruttò per anni.
Una storia lunga
Il rotoscopio ha attraversato tutta la storia dell'animazione. La Disney lo usò in forma indiretta per i personaggi umani di Biancaneve e i sette nani, filmando attori come riferimento per i movimenti della protagonista e del principe. Gli animatori non ricalcavano fedelmente, ma usavano il materiale come guida, e in alcuni casi lo correggevano molto. I Fleischer lo usarono in modo più esplicito per il protagonista umano dei Viaggi di Gulliver (1939).
Negli anni Settanta Ralph Bakshi ne fece un tratto stilistico, in particolare nel suo Il signore degli anelli (1978), dove interi gruppi di guerrieri e cavalieri sono ricavati da riprese dal vero. Più tardi Richard Linklater, con Waking Life (2001) e A Scanner Darkly (2006), ha usato il rotoscopio digitale per trasformare un film interpretato da attori in un'immagine dipinta, fluttuante, instabile.
La sensazione di estraneità
Molti spettatori percepiscono nelle immagini rotoscopiate qualcosa di inquietante. Il movimento è perfettamente umano, ma il disegno no. Le due informazioni non coincidono, e il cervello registra la discrepanza come un'anomalia.
Il fenomeno si collega a un'idea formulata nel 1970 dal robotico giapponese Masahiro Mori, la uncanny valley, in italiano valle del perturbante. Secondo Mori, la simpatia che proviamo per una figura artificiale cresce man mano che essa si avvicina all'aspetto umano, ma a un certo punto, quando è quasi umana ma non del tutto, crolla bruscamente e lascia il posto al disagio. L'ipotesi nacque pensando ai robot, ed è dibattuta, ma è diventata un riferimento costante nelle discussioni sull'animazione.
Nel rotoscopio la valle si apre in modo particolare. Un personaggio stilizzato che si muove con la fisicità esatta di un essere umano sembra posseduto, come una maschera con dentro qualcuno. Bakshi ha sfruttato questo effetto anche in chiave visionaria, ottenendo immagini di grande forza ma spesso giudicate fredde.
Perché il ricalco non basta
Gli animatori classici hanno spiegato il problema in termini tecnici. Il movimento reale, ricalcato, manca di quella selezione ed esagerazione che rendono leggibile l'animazione. Contiene troppe informazioni inutili e troppo poche di quelle che contano. Le pose non sono costruite per lo schermo, il timing non è stato scelto, le anticipazioni sono troppo piccole per essere percepite in un disegno.
Inoltre il ricalco tende a produrre linee instabili, che vibrano da un fotogramma all'altro in modo casuale. Le piccole imprecisioni del disegnatore si sommano a quelle del soggetto, e il risultato può essere ipnotico o fastidioso.
Usi consapevoli
Questo non rende il rotoscopio una tecnica da evitare. Molti autori lo usano proprio per quell'effetto di estraneità. Linklater, in Waking Life, racconta un sogno lucido, e l'instabilità delle immagini rispecchia l'incertezza del protagonista sulla realtà. Nei videoclip, nell'animazione sperimentale, nella pubblicità, il ricalco viene spesso usato per creare atmosfere oniriche o stranianti.
Gli studi di animazione più tradizionali, d'altra parte, usano il riferimento filmato come strumento di studio più che di ricalco. L'animatore guarda, analizza, poi ridisegna con la propria interpretazione. È la differenza tra copiare un movimento e capirlo, e spiega perché la scorciatoia del rotoscopio porta così spesso in un luogo diverso da quello previsto.


