Le follie dell'imperatore, il kolossal andino diventato commedia slapstick
Doveva chiamarsi Kingdom of the Sun ed essere un'epopea con le canzoni di Sting. Dopo un cambio di rotta radicale nacque Le follie dell'imperatore, la commedia più anarchica della Disney.

Un imperatore egoista trasformato in lama. È la premessa di Le follie dell'imperatore, uscito nel dicembre 2000, ed è anche l'unico elemento sopravvissuto quasi intatto da un progetto completamente diverso. All'inizio lo studio lavorava a Kingdom of the Sun, epopea musicale ambientata in un impero ispirato agli Inca, con una trama alla Principe e il povero, canzoni di Sting e la regia di Roger Allers, coautore del Re leone.
Un film che cambiò pelle
Il progetto si arenò. Le proiezioni di prova non convincevano, i tempi si allungavano, e lo studio decise di cambiare direzione. Allers lasciò e la regia passò a Mark Dindal, che trasformò la storia in una commedia veloce, piena di gag fisiche e battute rivolte al pubblico. Gran parte delle canzoni di Sting fu eliminata. La vicenda è documentata in The Sweatbox, documentario codiretto da Trudie Styler, moglie del musicista, che seguì la lavorazione e che per anni ha circolato pochissimo.
Il risultato finale è lontanissimo dalla grandiosità del rinascimento Disney. Dura poco più di settanta minuti, ha pochi personaggi, nessun numero musicale tradizionale a parte la sigla d'apertura cantata da Tom Jones. È un film costruito sul timing, sul montaggio rapido, sulla rottura della quarta parete.
Kuzco e Pacha
Kuzco, imperatore adolescente narcisista, viene trasformato in lama per errore dalla sua consigliera Yzma, che voleva avvelenarlo. Per tornare a palazzo deve affidarsi a Pacha, contadino gentile e robusto il cui villaggio Kuzco aveva deciso di radere al suolo per costruirsi una residenza estiva.
Il film funziona come buddy movie, con la coppia di opposti costretta a viaggiare insieme. Kuzco interviene come narratore, interrompe il racconto, ferma l'immagine per commentarla, protesta quando la storia si occupa di qualcun altro. Questo espediente metanarrativo, insolito per lo studio, dà al film un tono ironico costante.
Le voci originali sono parte integrante della comicità: David Spade dà a Kuzco un sarcasmo nasale, John Goodman a Pacha una bonomia solida, Eartha Kitt a Yzma una voce roca e teatrale, Patrick Warburton a Kronk un candore inesauribile.
Yzma e Kronk
La coppia dei cattivi è il punto di forza assoluto. Yzma è una vecchia scheletrica dal trucco pesante, cattiva in modo quasi caricaturale, ossessionata dal potere. Kronk, il suo scagnozzo muscoloso, è un uomo gentile che cucina, parla con gli scoiattoli e discute con la sua coscienza, rappresentata da un angioletto e da un diavoletto che litigano sulle sue spalle.
Le gag ricorrenti, come la leva che apre una botola sbagliata o il laboratorio segreto raggiunto con un ottovolante, appartengono alla tradizione dei cartoni Warner di Chuck Jones più che a quella Disney. Il ritmo di montaggio, i salti logici, le pause comiche richiamano in particolare Wile E. Coyote.
Lo stile grafico
Visivamente il film adotta un design semplificato e geometrico, con forme spigolose e colori netti ispirati liberamente all'arte precolombiana. I personaggi hanno silhouette molto leggibili, adatte all'animazione rapida delle gag. Lo studio lavorava con il sistema digitale CAPS, che permetteva una gestione del colore più flessibile.
All'uscita il film non fu uno dei grandi successi dello studio, ma con gli anni è diventato uno dei titoli Disney più amati da un pubblico cresciuto all'inizio degli anni Duemila, anche grazie alla sua citabilità. Una canzone di Sting rimasta nei titoli di coda, My Funny Friend and Me, ottenne una candidatura all'Oscar.
Le follie dell'imperatore dimostra che l'animazione tradizionale americana, alla fine della sua stagione più ricca, poteva ancora sorprendere rinunciando alle proprie formule. È un film nato da un fallimento, e ne porta i segni con una leggerezza rara.


