Weekends, il figlio diviso a metà nel corto di Trevor Jimenez

Presentato al festival di Varsavia, dove ha vinto il premio per il miglior corto animato, il film di Trevor Jimenez racconta un divorzio dal sedile posteriore di un'auto.

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Illustrazione generata con intelligenza artificiale (Magnific) per Animazione2D

Il venerdì sera un bambino sale in macchina con il padre e lascia la casa della madre. La domenica fa il viaggio al contrario. Tra un tragitto e l'altro passano quindici minuti di film e un numero imprecisato di mesi, scanditi da valigie, regali, cene un po' storte e notti in cui i sogni prendono il comando.

Weekends è il cortometraggio con cui Trevor Jimenez, animatore canadese che lavora alla Pixar, ha messo in scena la propria infanzia di figlio di genitori separati nell'Ontario degli anni Ottanta. Il film ha avuto la sua prima mondiale a ottobre al Warsaw Film Festival e ne è uscito con il premio per il miglior corto d'animazione. È una partenza promettente per un lavoro che, a quanto racconta chi l'ha seguito, ha avuto una gestazione lunghissima: un disegno nato una decina d'anni fa, poi cinque anni di lavorazione vera e propria, portata avanti nel tempo libero grazie al programma interno con cui la Pixar mette a disposizione dei propri dipendenti alcune risorse per progetti personali. Alcuni colleghi hanno dato una mano con l'animazione e con la pittura dei fondali.

Due case, nessuna parola

Il film non ha dialoghi, e non ne sente la mancanza. Tutto passa dai dettagli che un bambino registra senza saperli nominare. La madre che suona il pianoforte, il padre che accende la radio appena il figlio sale in macchina, un cavallo rosso di antiquariato che diventa quasi un totem. Le due case sono due mondi con regole diverse, e il protagonista impara a spostarsi dall'uno all'altro come chi attraversa una frontiera ogni settimana.

Jimenez evita il melodramma. Nessuno urla, nessuno piange in primo piano. Il dolore dei genitori si intuisce di lato, nei silenzi a tavola, nella fatica di certi saluti sulla soglia. Quando entrano in scena nuove persone accanto al padre e alla madre, il film adotta il punto di vista del figlio, che vede in loro degli intrusi prima ancora di capire chi siano. È un'ostilità infantile, raccontata con onestà e senza dare ragione a nessuno.

Il carboncino e il sogno

Visivamente Weekends lavora su un contrasto preciso. I personaggi sono animati in 2D con un tratto pulito e una gamma di colori trattenuta, mentre i fondali hanno la grana del carboncino, sporca, morbida, piena di sfumature. L'effetto è quello di un ricordo: le figure sono nitide, il mondo intorno sbiadisce ai bordi.

Poi arrivano i sogni. Sono il momento in cui il bambino, che nella vita reale non decide nulla, finalmente ha potere. Le sequenze oniriche deformano lo spazio, mescolano le due case, trasformano oggetti familiari in qualcosa di minaccioso o di consolante. In quelle scene l'animazione si prende libertà che la parte realistica si nega, e si capisce che il desiderio più forte del protagonista è vedere la famiglia di nuovo insieme, anche solo per la durata di un incubo.

Un difetto e molte qualità

Se c'è un limite, è una certa uniformità di ritmo nella parte centrale. Il susseguirsi dei fine settimana ha qualcosa di volutamente ripetitivo, e per qualche minuto il film rischia di girare in tondo insieme al suo protagonista. È una scelta coerente con il tema, ma chiede pazienza.

Il finale ripaga, con un'immagine che non chiude la storia ma la lascia respirare. Weekends è uno di quei corti personali che sanno restare piccoli senza diventare chiusi. Chiunque abbia passato l'infanzia con una borsa sempre pronta all'ingresso ci riconoscerà qualcosa, e anche chi non l'ha vissuta capirà perfettamente di cosa si parla. Ora resta da vedere quanta strada farà nei festival dei prossimi mesi. Le premesse ci sono tutte.

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