Viva Carmen, Sébastien Laudenbach riscrive Bizet dal punto di vista dei ragazzi di strada

Alla Quinzaine des cinéastes di Cannes il terzo lungometraggio di Laudenbach trasforma la Carmen in un'avventura di bambini che vogliono cambiare il destino. Colore libero, tratto spezzato, Bizet in frammenti.

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Immagine: Harald Krichel · CC BY-SA 4.0 · Wikimedia Commons

Un vecchio arrotino cieco guarda le scintille che schizzano dalla mola e ci legge il futuro della lama. Basta questa idea, piazzata nei primi minuti, per capire che Viva Carmen (in francese Carmen, l'oiseau rebelle) non sarà l'ennesima versione illustrata dell'opera di Bizet. Sébastien Laudenbach, passato alla Quinzaine des cinéastes di Cannes e atteso in concorso ad Annecy, prende la storia più nota del melodramma e la guarda da un angolo laterale, quello dei bambini che vivono ai margini di Siviglia.

Cambiare un finale scritto

Il protagonista è Salva, un orfano che fa da apprendista all'arrotino. Si è preso una cotta per Carmen, la donna libera e ribelle che tutti conoscono in città, ed è troppo piccolo perché la cosa abbia senso. Un giorno un soldato porta una lama da affilare, e il vecchio vede nelle scintille la morte di Carmen. Il soldato è Don José. Salva decide che quel futuro non deve compiersi. Insieme a Belén, una ladruncola con cui ha un passato complicato, e a una banda di ragazzi di strada, prova a far sparire il coltello prima che arrivi alla sua destinazione.

La scelta di sceneggiatura, firmata da Laudenbach con Santiago Otheguy, è intelligente. Chi conosce l'opera sa come finisce, e il film gioca proprio con questa consapevolezza. La tragedia di Carmen e Don José resta sullo sfondo, vista attraverso le fessure, origliata dietro le porte. In primo piano c'è la domanda che interessa davvero il regista: si può strappare una donna a un destino che altri hanno scritto per lei? È una lettura che sposta l'accento sulla solidarietà, tra donne e dentro la comunità del quartiere, senza trasformare il film in una tesi.

Il colore che scappa dalla linea

Chi ha visto La jeune fille sans mains o Linda veut du poulet!, diretto da Laudenbach con Chiara Malta, ritroverà subito la sua mano. Il segno è rapido, spezzato, quasi da storyboard, con figure che sembrano disegnate in un respiro solo. Il colore non sta dentro i contorni. Si allarga in macchie che li superano, e la palette punta su fucsia e azzurri accesi, con un verde riservato agli occhi di Carmen. La luce andalusa, durissima, taglia le strade in diagonali di sole e ombra che danno alle scene una struttura quasi grafica.

A prima vista questo stile può sembrare incompiuto. In realtà è molto preciso, perché lascia allo spettatore il compito di completare le forme e regala ai movimenti un'energia nervosa che si sposa con le fughe e gli inseguimenti tra i vicoli. Nei momenti più intimi, invece, il tratto si fa più rado e i corpi si riducono a pochi segni, e lì il film trova la sua delicatezza.

La musica è l'altra scommessa. Bizet c'è, ma in frammenti, riarrangiato da Amine Bouhafa e Isabelle Laudenbach con fiati e archi in formazione ridotta, lontano dall'orchestra lirica. Le arie famose affiorano come ricordi, a volte appena accennate, e accompagnano melodie originali. Chi si aspetta un'opera animata resterà spiazzato. Chi accetta il gioco troverà un modo nuovo di sentire musiche consumate da un secolo e mezzo di repertorio.

Dove il film si allunga

Prodotto da Folivari, Viva Carmen dura una novantina di minuti, e qualcuno di troppo si sente. La parte centrale, con i tentativi dei ragazzi di sottrarre il coltello, ripete un meccanismo che funziona benissimo la prima volta e meno la terza. Anche alcuni personaggi della banda restano poco definiti, utili più al ritmo che al racconto. Il tono, poi, oscilla tra l'avventura per ragazzi e un'ombra cupa che pesa soprattutto nel finale, e non tutti i passaggi tra i due registri sono fluidi.

Le voci sono scelte con cura. Milo Machado-Graner dà a Salva una ruvidezza credibile, Camélia Jordana presta a Carmen un timbro caldo che rende il personaggio presente anche quando è solo intravisto, Soumaye Bocoum è una Belén piena di spigoli.

Con questo terzo lungometraggio Laudenbach conferma di essere uno degli autori più liberi dell'animazione europea. Viva Carmen ha qualche squilibrio, ma è vivo, rischioso, e tratta un classico come materia da rimettere in movimento invece che da rispettare in silenzio.

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