Ethel & Ernest, Raymond Briggs racconta i suoi genitori in sessantamila disegni
Dal romanzo a fumetti di Raymond Briggs, Roger Mainwood ricava un film interamente disegnato a mano su un matrimonio londinese lungo quarant'anni. Piccolo, onesto, commovente.

Per gran parte del pubblico Raymond Briggs è l'autore di The Snowman, il pupazzo di neve che vola sopra l'Inghilterra ogni Natale in televisione dal 1982. Ma il libro a cui l'illustratore teneva di più è un altro, Ethel & Ernest, uscito nel 1998: la storia vera dei suoi genitori, una cameriera e un lattaio, dal giorno in cui si conobbero fino alla loro morte. Roger Mainwood ne ha tratto un lungometraggio animato presentato al London Film Festival e uscito nelle sale britanniche il 28 ottobre.
Il film ha una storia produttiva tormentata. John Coates, il produttore di The Snowman, avrebbe dovuto seguirlo, ma è morto nel 2012. A portarlo a termine sono state Camilla Deakin e Ruth Fielding di Lupus Films, in coproduzione con il Lussemburgo e con il sostegno della BBC, che lo trasmetterà in televisione.
Il Novecento dal soggiorno
Si comincia a Londra alla fine degli anni Venti. Ethel, cameriera in una casa signorile, saluta dalla finestra un giovane che passa in bicicletta. È Ernest. Si sposano, comprano una casetta a schiera a Wimbledon, nel 1934 nasce Raymond, il loro unico figlio. Da lì il film segue la coppia per quattro decenni, fino al 1971.
La grande storia entra in casa dalla radio, dai giornali, poi dalla televisione. La Depressione, la guerra, i bombardamenti e lo sfollamento del bambino in campagna, il governo laburista del dopoguerra, l'arrivo degli elettrodomestici. Ernest è un laburista convinto, Ethel aspira a una rispettabilità piccolo borghese, e i loro battibecchi sulla politica sono tra i momenti più divertenti. Brenda Blethyn e Jim Broadbent danno alle due voci un affiatamento che sembra vero, anche nei silenzi.
Poi Raymond cresce, va alla scuola d'arte, diventa illustratore. I genitori non capiscono bene che mestiere sia. È qui che il film diventa più personale, perché sappiamo chi c'è dietro la matita.
Il segno di Briggs, in movimento
La scelta più coraggiosa è quella tecnica. Il film è interamente disegnato a mano, decine di migliaia di fotogrammi, e cerca di restituire il tratto morbido e le matite colorate delle tavole originali. L'operazione riesce, soprattutto negli interni: la cucina, il salotto, la scala sempre uguale che cambia con gli anni attraverso i dettagli della tappezzeria e degli oggetti. L'animazione non cerca il virtuosismo. Le figure si muovono con una certa rigidità, che a tratti sembra un limite e a tratti diventa un'eco fedele del libro.
La musica di Carl Davis accompagna con discrezione, e nei titoli di coda c'è una canzone originale di Paul McCartney, scelta che dice qualcosa sull'affetto di cui Briggs gode in patria.
Troppo fedele?
Il limite del film è la sua struttura a episodi. Mainwood segue il libro quasi pagina per pagina e il racconto procede per scenette, con poche tensioni drammatiche. In alcuni passaggi sembra di sfogliare un album di famiglia, gradevole ma senza direzione. L'ultima parte, quella della vecchiaia e della malattia, ritrova invece una forza enorme proprio grazie a questa accumulazione: abbiamo passato con Ethel ed Ernest un'intera vita, e lasciarli fa male.
Non è un film per bambini, anche se i bambini possono vederlo. È un film sulla normalità, su due persone qualunque che hanno attraversato il secolo senza mai diventare protagoniste. In un panorama dominato dalle grandi produzioni in computer grafica, un'opera così minuta e artigianale merita di essere cercata.


