Le Sommet des dieux, Patrick Imbert porta Taniguchi sull'Everest
Dal manga di Jirō Taniguchi e dal romanzo di Baku Yumemakura, un film francese di montagna disegnato con un realismo raro. Il suono del vento conta quanto la linea, e il silenzio quanto i dialoghi.

Nel giugno del 1924 George Mallory e Andrew Irvine sparirono sulla cresta nord dell'Everest, e da allora nessuno sa con certezza se arrivarono in cima. Se avessero portato con sé una macchina fotografica, e se quella macchina venisse ritrovata, la storia dell'alpinismo potrebbe cambiare. Su questa ipotesi Baku Yumemakura costruì un romanzo, Jirō Taniguchi ne trasse un manga in cinque volumi, e oggi il francese Patrick Imbert ne ha fatto un film d'animazione di novanta minuti. Presentato a luglio a Cannes nella sezione del Cinéma de la plage, Le Sommet des dieux è uscito nelle sale francesi il 22 settembre.
Un'inchiesta tra Katmandu e Tokyo
Il protagonista apparente è Makoto Fukamachi, fotografo e giornalista di una rivista di montagna, fermo a Katmandu dopo una spedizione himalayana. In un negozio gli viene proposto un apparecchio identico a quello di Mallory, e poco dopo vede passare un uomo che crede scomparso da anni, Jōji Habu. Fukamachi torna in Giappone e ricostruisce la vita di quell'alpinista orfano, scontroso e fortissimo, che negli anni Ottanta collezionava imprese sulle pareti giapponesi e che dopo la morte del compagno di cordata Kishi era finito sotto accusa, prima di sparire.
La sceneggiatura, firmata da Imbert con Magali Pouzol e Jean-Charles Ostoréro, comprime con decisione un materiale molto ampio. Restano l'inchiesta, i flashback sul passato di Habu, l'ossessione per una via impossibile sull'Everest. Cadono quasi tutte le digressioni e diversi personaggi secondari. Ne esce un film asciutto, a tratti fin troppo, che si regge su un'unica domanda posta a metà strada da Fukamachi a sé stesso e allo spettatore: perché si sale.
Un disegno che pesa
Imbert viene dall'esperienza di Folivari, lo studio di Le Grand Méchant Renard et autres contes, che aveva codiretto con Benjamin Renner. Qui il registro è all'opposto di quella comicità rotonda. Il tratto è realistico, rigoroso, debitore della linea chiara di Taniguchi ma senza imitarla. I personaggi hanno proporzioni naturali e una recitazione trattenuta, fatta di piccoli gesti, mani che si stringono intorno a una tazza, sguardi che si abbassano. In un cinema d'animazione abituato a far coincidere espressività e deformazione, la scelta richiede coraggio, e qualche volta i volti risultano un po' rigidi.
La montagna è un'altra faccenda. Le pareti di roccia e ghiaccio sono disegnate con una precisione che restituisce la fatica: ogni appiglio sembra calcolato, ogni passo costa qualcosa. Le scene di arrampicata hanno un ritmo lento, e la lentezza è il punto. Imbert non accelera mai per creare suspense artificiale. Lascia che il tempo passi su una cengia, durante un bivacco, dentro una bufera in cui il colore si riduce a un bianco sporco e le figure diventano macchie scure.
Il suono della quota
Una parte notevole della forza del film arriva dal sonoro. Il vento, il ghiaccio che scricchiola, il respiro affannoso degli scalatori occupano lo spazio che altrove sarebbe della musica. La colonna di Amine Bouhafa interviene con parsimonia e lascia spesso il campo al silenzio, che in quota diventa quasi un personaggio. Chi ha visto il film in una sala con un buon impianto sa quanto questo lavoro sia decisivo per far credere a montagne che sono, in fondo, linee su un piano.
Il difetto più evidente è la distanza emotiva. Habu resta volutamente opaco, e Fukamachi, narratore e alter ego dello spettatore, ha una psicologia appena tratteggiata. Chi conosce il manga sentirà la mancanza dei suoi tempi lunghi e delle sue vite laterali. Il finale tiene però un equilibrio difficile fra la domanda su Mallory e quella, più ampia, sul senso di salire. Il film non risponde a nessuna delle due, e fa bene.
Le Sommet des dieux conferma che l'animazione francese sa uscire dal territorio della fiaba e del cinema per famiglie senza perdere la cura del disegno. È un film per adulti nel senso più semplice: parla di ossessione e di morte con calma, senza spiegare troppo, e lascia allo spettatore il peso del vuoto sotto i piedi.


