Robot Dreams, la New York senza parole di Pablo Berger
Presentato a Cannes tra le proiezioni speciali, il primo film d'animazione di Pablo Berger adatta la graphic novel di Sara Varon. Un cane, un robot e un'estate a Manhattan, senza una sola battuta di dialogo.

Pablo Berger aveva già fatto un film muto. Nel 2012 il suo Blancanieves riportava Biancaneve nella Spagna delle corride, in bianco e nero e senza dialoghi. Undici anni dopo il regista di Bilbao torna al silenzio, ma con un mezzo che non aveva mai usato. Robot Dreams, presentato il 21 maggio a Cannes tra le proiezioni speciali, è il suo primo lungometraggio d'animazione, ed è una delle sorprese più gentili di questa edizione.
Il film adatta la graphic novel omonima di Sara Varon, uscita nel 2007, e conserva del libro la scelta più radicale. Nessuno parla. Ci sono rumori, versi, canzoni, insegne, televisori accesi, ma la storia passa interamente attraverso gesti, sguardi e montaggio.
Un'estate a Manhattan
Siamo nella New York del 1985, abitata solo da animali antropomorfi. Dog, un cane solitario che passa le serate davanti alla tv mangiando cene precotte, vede la pubblicità di un robot da compagnia. Lo ordina, lo monta, e il robot si accende con un sorriso. Comincia un'estate di amicizia: passeggiate per la città, pattini a rotelle a Central Park. L'ultima gita dell'estate è al mare. Robot fa il bagno, si arrugginisce e non riesce più a muoversi. Dog prova a riportarlo a casa, ma la spiaggia chiude per la stagione e non riaprirà fino a giugno.
Da qui il film si divide in due. Dog attraversa l'autunno e l'inverno cercando di andare avanti, fa nuovi incontri, tenta altre amicizie. Robot resta immobile sulla sabbia e sogna. I suoi sogni sono la parte più libera del film, piccoli racconti fantastici in cui torna a casa, oppure si perde in mondi che non hanno nulla a che fare con la realtà, e ogni risveglio è uno strappo.
Linea chiara, città piena
Lo stile resta fedele al tratto essenziale di Varon. Personaggi dai contorni netti, colori piatti, pochissime ombre, un'impostazione che ricorda la linea chiara del fumetto europeo. L'animazione, realizzata in studi aperti per l'occasione a Madrid e a Pamplona, rifiuta qualunque virtuosismo superfluo. I personaggi si muovono con economia, e proprio per questo ogni gesto significa qualcosa. Un orecchio che si abbassa, un piede che batte il tempo, una mano di metallo che si alza a salutare: basta questo.
La città invece è piena di dettagli. Berger la ricostruisce con un amore quasi da collezionista. Vagoni della metropolitana coperti di graffiti, negozi di dischi, tavole calde, le Torri Gemelle sullo sfondo. È una New York ricordata più che documentata, e il fatto che sia popolata da animali di ogni specie la rende insieme familiare e fiabesca.
Il commento di Alfonso de Vilallonga tiene il film in equilibrio fra jazz e malinconia, ma il cuore musicale è un'altra cosa. September degli Earth, Wind & Fire, ballata dai due amici a Central Park, ritorna più volte e cambia senso ogni volta. All'inizio è pura gioia. Poi diventa ricordo, poi qualcosa di più complicato.
Una storia sulla fine delle cose
Il ritmo, nella parte centrale, rallenta molto, e qualche sogno di Robot appare superfluo. Chi si aspetta il passo di un film per bambini potrebbe trovarlo lungo. Ma è una lentezza voluta, quella di un racconto che parla di tempo che passa e di persone che si perdono senza colpa di nessuno.
Il finale, che non va rivelato, è uno dei più adulti visti di recente in un film d'animazione apparentemente per famiglie. Berger non punisce nessuno e non consola nessuno. Mostra due personaggi che si sono voluti bene e che hanno continuato a vivere. Nel cinema muto aveva trovato un linguaggio. Nel disegno ha trovato una delicatezza che nei suoi film dal vero non si era mai vista così.


