Chainsaw Man, MAPPA gira Fujimoto come un film d'autore

Dodici episodi, dodici sigle di chiusura e una regia che punta al realismo cinematografico. La prima stagione dell'anime diretto da Ryū Nakayama è la più discussa dell'autunno.

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Illustrazione generata con intelligenza artificiale (Magnific) per Animazione2D

Pochi adattamenti degli ultimi anni sono arrivati con un'attesa simile. Il manga di Tatsuki Fujimoto aveva costruito una base di lettori enorme, e quando MAPPA ha annunciato la serie molti si aspettavano un'esplosione di sangue e sarcasmo. La prima stagione, andata in onda su TV Tokyo dal 12 ottobre al 28 dicembre 2022 e trasmessa in simulcast da Crunchyroll nel resto del mondo, ha dato loro qualcosa di diverso: un anime che vuole essere un film.

Ryū Nakayama, che per MAPPA aveva già diretto un episodio di Jujutsu Kaisen, sceglie una linea precisa. Inquadrature lunghe, luce naturale, interni pieni di oggetti quotidiani, silenzi. Hiroshi Seko firma la composizione della serie, Kazutaka Sugiyama il character design, Kensuke Ushio la musica. È una squadra di alto livello, e si vede in ogni fotogramma.

La trama in due righe

Denji è un ragazzo povero, schiacciato da un debito ereditato dal padre, che sopravvive dando la caccia ai demoni insieme a Pochita, un piccolo demone-motosega che tiene come un cane. Dopo un tradimento che lo lascia morto, Pochita stringe con lui un patto e lo riporta in vita come ibrido: Chainsaw Man. Makima, una funzionaria della Pubblica Sicurezza dal fascino inquietante, lo arruola fra i cacciatori di demoni governativi, dove incontra Aki Hayakawa, collega serio e rancoroso, e Power, un demone del sangue egocentrico e bugiardo.

Il resto della stagione segue la squadra nelle prime missioni, fino allo scontro con l'uomo-katana che chiude il dodicesimo episodio. Nel mezzo c'è un lutto improvviso che cambia il tono di tutto e che la serie gestisce con una delicatezza sorprendente.

Il realismo come scelta, e come limite

La regia di Nakayama è il motivo per cui Chainsaw Man è stato tanto discusso. I momenti migliori sono quelli quieti: Aki che si prepara la colazione, Denji che scopre cosa significa mangiare pane con la marmellata, le serate stanche in un appartamento condiviso. Fujimoto è un autore che ama il cinema, e Nakayama prende quella passione alla lettera, trattando la quotidianità con il rispetto di un film indipendente.

Il prezzo da pagare riguarda il registro comico. Il manga ha un ritmo isterico, battute che arrivano come schiaffi, deformazioni grottesche improvvise. L'anime le smussa. Molte gag sono recitate con tempi più lenti, e l'umorismo di Power o di Denji perde un po' della sua cattiveria. Una parte del pubblico ha criticato apertamente questa scelta. A me sembra una lettura legittima, coerente fino in fondo, anche se non sempre la più divertente.

Le scene d'azione alternano animazione tradizionale e computer grafica per alcuni demoni e per certe coreografie. In qualche passaggio il 3D si nota troppo e stona con l'eleganza del resto, ma lo scontro conclusivo con l'uomo-katana è uno dei pezzi d'azione più riusciti dell'anno.

Sigle, una per episodio

Una nota sulla confezione. La sigla d'apertura, Kick Back di Kenshi Yonezu, è un montaggio di citazioni cinematografiche che dichiara le intenzioni della serie in novanta secondi. Le sigle di chiusura sono dodici, una diversa per ogni episodio, ognuna con un artista e un'animazione propri. È un'idea costosa e un po' esibizionista, ma funziona: ogni episodio si chiude come un piccolo cortometraggio.

Il bilancio, alla fine, è positivo con riserve. Chainsaw Man è l'anime televisivo più ambizioso della stagione sul piano della messa in scena, e il suo realismo regala alcuni dei momenti più umani visti in una serie d'azione. Chi cercava la follia del fumetto in forma pura ne ha trovata meno del previsto. Chi accetta il patto di Nakayama troverà una serie che prende sul serio i suoi personaggi più di quanto loro stessi farebbero.

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