27 di Flóra Anna Buda, Palma d'oro e Cristal per una ragazza che non riesce a crescere

Dopo Cannes anche Annecy premia il corto della regista ungherese. Undici minuti su una ventisettenne che vive ancora con i genitori e si rifugia nei sogni.

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Illustrazione generata con intelligenza artificiale (Magnific) per Animazione2D

Undici minuti, due premi tra i più importanti dell'anno. A fine maggio 27 di Flóra Anna Buda ha vinto la Palma d'oro per il cortometraggio al Festival di Cannes, impresa rara per un film d'animazione: l'ultima volta era successo nel 2015 con Waves '98 di Ely Dagher. Pochi giorni fa, ad Annecy, la giuria gli ha assegnato anche il Cristal per il miglior corto. Ci sono annate in cui i premi si dividono, e altre in cui un film mette tutti d'accordo. Il 2023, per ora, appartiene a questo corto franco-ungherese prodotto da Miyu Productions e Boddah.

Alice, ventisette anni, una cameretta

La protagonista si chiama Alice e compie ventisette anni in una casa che non è la sua. Vive ancora con i genitori e con un fratello minore invadente, in un appartamento dove ogni porta si apre senza bussare. La sua vita diurna è un susseguirsi di piccole umiliazioni domestiche. Quella notturna è un'altra cosa. Nei sogni Alice è libera, desiderante, attraversata da immagini erotiche e fantastiche che il film mette in scena senza imbarazzo.

Il punto di svolta arriva con una festa sul tetto di una fabbrica, tra sostanze psichedeliche e luci della città che vibrano. Al ritorno, ubriaca, Alice cade dalla bicicletta e si fa male sul serio. Il giorno dopo deve fare i conti con il corpo dolorante, i postumi e la propria vita. Il film non dà una risposta definitiva sulla sua crescita, e fa bene.

Buda, che arriva da Entropia, presentato alla Berlinale, ha raccontato di aver costruito il soggetto sulla propria esperienza e sulla condizione di molti giovani ungheresi, costretti a restare in famiglia da un mercato degli affitti fuori portata. È un tema sociale concreto, ma il corto lo affronta dall'interno, attraverso la frustrazione quotidiana di un personaggio, senza mai trasformarlo in un manifesto.

Colori che non chiedono permesso

L'animazione è in 2D digitale, con un disegno dai contorni morbidi e una tavolozza satura che esplode nelle scene notturne. La città vista dal tetto della fabbrica è uno degli spettacoli più belli del film, una distesa di luci che sembra respirare, disegnata con una ricchezza di colori che contrasta con il grigiore dell'appartamento di famiglia. Le sequenze oniriche lavorano invece sulla metamorfosi: corpi che si allungano, ambienti che cambiano funzione, una sensualità più giocosa che provocatoria.

C'è qualcosa di molto fisico in questo cinema. Buda non ha paura dei corpi, della nudità, della goffaggine. Alice non è un'eroina idealizzata. Inciampa, si annoia, si chiude in bagno, desidera. L'animazione ne rispetta il peso e i difetti, e proprio per questo la rende credibile.

Il rovescio della medaglia

Non tutto convince allo stesso modo. Il passaggio tra sogno e realtà, così fluido nella prima metà, diventa più meccanico verso la fine, e alcune immagini oniriche sembrano lì più per la loro bellezza che per quello che aggiungono al personaggio. Il film rischia anche una certa genericità nel ritratto dei genitori, ridotti a presenze ingombranti senza molte sfumature.

Sono difetti veri, ma piccoli rispetto alla franchezza con cui 27 racconta una generazione bloccata. Molti spettatori, e non solo in Ungheria, si riconosceranno in quella cameretta troppo stretta. Il successo a Cannes e ad Annecy porterà il film in decine di festival nei prossimi mesi, e la sua autrice diventa da oggi uno dei nomi da seguire nell'animazione d'autore europea.

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