Kimitachi wa dō ikiru ka, il ragazzo e l'airone di Hayao Miyazaki

Uscito in Giappone senza trailer né trama annunciata, il nuovo film di Miyazaki è un racconto di lutto e di eredità, disegnato a mano con una cura che non ha eguali. Ed è il suo film più enigmatico.

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Immagine: Yasuo Hamashima · CC BY-SA 4.0 · Wikimedia Commons

Fino al 14 luglio del nuovo film di Hayao Miyazaki si conosceva soltanto un manifesto, con il disegno stilizzato di un uccello. Nessun trailer, nessuna foto di scena, nessun nome del cast, nessuna sinossi. Lo Studio Ghibli e il produttore Toshio Suzuki hanno scelto di mandare in sala Kimitachi wa dō ikiru ka al buio, e il pubblico giapponese l'ha scoperto senza sapere nulla. Visto in queste condizioni, il film acquista qualcosa di un sogno raccontato da un altro, e forse è proprio l'effetto cercato.

Il titolo, che si può rendere con E voi come vivrete?, riprende quello di un romanzo di Genzaburō Yoshino del 1937, molto letto in Giappone dai ragazzi. Il film però non lo adatta. Il libro compare nella storia come un oggetto, un'eredità lasciata da una madre al figlio, e la domanda del titolo resta sospesa sopra tutto il racconto.

Un lutto in tempo di guerra

Mahito Maki è un ragazzo di Tokyo che negli anni della guerra del Pacifico perde la madre nell'incendio di un ospedale. Il padre, che dirige una fabbrica di componenti per aerei militari, sposa poco dopo la sorella della moglie, Natsuko, e si trasferisce con il figlio nella sua tenuta di campagna. Natsuko aspetta un bambino. Mahito è chiuso, ostile, educatissimo e furioso.

Nella tenuta vive un airone cenerino che lo osserva con insistenza, e nel parco sorge una torre murata, costruita da un prozio di Natsuko scomparso molti anni prima. L'airone parla. Dice a Mahito che sua madre è viva e lo aspetta. Quando Natsuko scompare nel bosco, il ragazzo la segue nella torre, e da lì in un altro mondo, abitato da pellicani affamati, piccole creature bianche chiamate warawara, una pescatrice di nome Kiriko, una ragazza che comanda il fuoco e un esercito di parrocchetti antropofagi.

Il disegno come testamento

Miyazaki ha lasciato la direzione dell'animazione a Takeshi Honda, concentrandosi sugli storyboard, e il film è stato realizzato a mano in circa sette anni di lavorazione. Si vede in ogni inquadratura. La prima parte, ambientata nel mondo reale, ha un realismo quasi doloroso: la fiamma dell'incendio che deforma le figure in corsa, il peso di un corpo che scende da un treno, le mani delle anziane domestiche della casa, ciascuna con un carattere riconoscibile. Il disegno degli animali, e dell'airone in particolare, alterna l'osservazione naturalistica a una deformazione grottesca che diventa più inquietante ogni volta che l'uccello apre il becco.

Nel mondo oltre la torre la regia si fa più libera e più caotica. Ci sono immagini memorabili, come le warawara che salgono verso il cielo o i pellicani stremati che planano sul mare, e citazioni che il pubblico di Ghibli riconoscerà con piacere. Ci sono anche passaggi confusi, in cui le regole di quel mondo cambiano senza preavviso e il ritmo si inceppa. La musica di Joe Hisaishi, sobria e a tratti minimale, accompagna senza mai imporsi.

Un film che non si lascia chiudere

La lettura autobiografica è inevitabile. Miyazaki è nato nel 1941, suo padre dirigeva un'azienda che produceva componenti per aerei, e il prozio che costruisce mondi impilando blocchi e cerca un erede a cui affidarli somiglia troppo a un regista anziano per essere un caso. Ma ridurre il film a una confessione sarebbe un errore. È anche una riflessione sul lutto infantile, sulla possibilità di amare chi prende il posto di qualcun altro, sulla tentazione di rifugiarsi in un mondo perfetto e immaginario.

Non è il Miyazaki più accessibile. Chi cerca la limpidezza di Il mio vicino Totoro o l'avventura di Laputa troverà un racconto ellittico, a tratti ostinatamente oscuro, che si affida molto allo spettatore. Il secondo atto è più lungo di quanto servirebbe. Eppure il film lascia addosso qualcosa che resiste. Un ragazzo con una ferita sulla tempia, che sceglie di tornare in un mondo imperfetto invece di restare dove tutto è in ordine. È la risposta più semplice alla domanda del titolo, e Miyazaki la affida a un'immagine disegnata a mano.

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