La Voix des Sirènes, Toccafondo porta la sua pittura in fondo al mare
Il nuovo corto di Gianluigi Toccafondo, Gran premio a Ottawa, segue tre generazioni di sirene e una voce che incanta e spaventa tutto ciò che vive sott'acqua.

Sabato 28 settembre, a Ottawa, il Gran premio per il cortometraggio è andato a un film italiano di venti minuti senza una parola. La Voix des Sirènes di Gianluigi Toccafondo aveva già fatto il giro dei festival estivi, dal concorso ufficiale di Annecy a quello di Zagabria, e il premio canadese, uno dei più pesanti nel circuito dell'animazione d'autore, arriva come conferma più che come sorpresa. La giuria ha lodato l'originalità della tecnica e del racconto. Sulla tecnica nessuno aveva dubbi; sul racconto vale la pena fermarsi.
Una favola senza dialoghi
Il punto di partenza è sul fondale. Rocce, coralli, alghe che ondeggiano nella corrente, un mondo sordo e lento. Poi, in superficie, compare una voce, dolce e seducente come niente di quanto si sia sentito prima. Da lì il film segue tre generazioni di sirene e il destino di quella voce, che affascina e terrorizza in egual misura le altre creature del mare.
Detta così sembra una fiaba per l'infanzia, e in parte lo è. Ma è una fiaba nera, con una crudeltà sottile che emerge a poco a poco. Toccafondo, che ha scritto la sceneggiatura insieme a Vittorio Moroni, lavora per accumulo di immagini più che per scene, e la storia si ricompone nella testa dello spettatore a partire da frammenti, metamorfosi, ritorni. Chi cerca una trama lineare resterà spiazzato. Chi si lascia portare dalla corrente troverà un racconto sorprendentemente compiuto, con un inizio, un rovesciamento e una chiusa.
La fotocopia che diventa acqua
Il metodo di Toccafondo è noto a chi segue l'animazione italiana dagli anni Novanta: immagini già esistenti, fotografie di riviste, fotogrammi di film, deformate con la fotocopiatrice e poi ridipinte a mano, con acrilico, matita, qualunque materiale capiti, prima di essere rifilmate una per una. Su queste pagine gli abbiamo dedicato un profilo, e non serve ripetere tutto.
Quello che colpisce qui è quanto la tecnica sembri nata per il mare. Le figure di Toccafondo hanno sempre avuto qualcosa di liquido, contorni che colano, corpi che si allungano e si sfaldano da un fotogramma all'altro. Sott'acqua questa instabilità diventa naturale. Le sirene non hanno mai una forma definitiva, le alghe e i capelli si confondono e il colore cambia di continuo, come se a ogni inquadratura cambiasse la luce che filtra dalla superficie. È forse il film in cui il suo segno e il suo soggetto coincidono meglio.
Il sonoro fa metà del lavoro. Marco Molinelli, che firma musica e suono e ha collaborato al montaggio, costruisce un ambiente fatto di correnti, gorgoglii, echi, e lascia che la voce del titolo emerga da quel fondo come un corpo estraneo. In un film muto la voce diventa personaggio, e qui lo è davvero: ogni volta che arriva cambia il ritmo delle immagini.
Venti minuti sono tanti
Il limite del film sta nella durata. Venti minuti sono una misura lunga per un corto di questo tipo, e nella parte centrale la densità visiva rischia di trasformarsi in ripetizione. Alcune sequenze di metamorfosi si somigliano, e lo sguardo, saturato da tanta pittura in movimento, a tratti fatica a distinguere un passaggio narrativo da una semplice variazione. È il prezzo di un cinema che rifiuta la scorciatoia della parola: affida tutto all'immagine e chiede in cambio un'attenzione costante.
La produzione è franco-italiana, firmata da Miyu Productions e da 50N, la società di Moroni. Non è un dettaglio: negli ultimi anni Miyu è diventata la casa di molti autori europei che lavorano ai margini dell'industria, e la coproduzione ha dato a Toccafondo lo spazio per un corto di durata quasi doppia rispetto alla media dei festival.
Il Gran premio di Ottawa rende il film qualificabile per gli Oscar. Comunque vada quella corsa, La Voix des Sirènes resta la prova che un autore con trent'anni di carriera alle spalle può ancora trovare un territorio nuovo per la propria tecnica, e che quel territorio, stavolta, era il fondo del mare.


