Paper Trail, Don Hertzfeldt racconta una vita intera attraverso i fogli di carta

Quattordici minuti, un protagonista che non compare mai in scena e un archivio di disegni, lettere e moduli. Il nuovo corto di Hertzfeldt ha vinto il Cristal ad Annecy dopo Sundance, SXSW e San Francisco.

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Immagine: Rcavanaugh · CC BY-SA 3.0 · Wikimedia Commons

Si comincia con una linea tracciata a pastello a cera, storta, entusiasta, come la tira un bambino che ha appena scoperto di saper disegnare. Si finisce, quattordici minuti dopo, con una firma in fondo a un modulo. In mezzo c'è la vita di un uomo, e non lo vediamo mai.

Paper Trail è il nuovo cortometraggio di Don Hertzfeldt, e sabato scorso ha vinto il Cristal per il miglior cortometraggio al festival di Annecy. È il primo film americano in ventidue anni a ottenere il premio principale per i corti. Arriva a coronare una stagione già piena: la prima al Sundance a gennaio con il premio speciale della giuria per la visione creativa, poi il premio del pubblico e quello per il miglior corto animato a SXSW, il Golden Gate Award al festival di San Francisco. Di Hertzfeldt abbiamo già tracciato un profilo su queste pagine; qui conta il film.

Una biografia fatta di carta

L'idea è semplice da dire e molto difficile da realizzare. La vita del protagonista, Stevie Richardson, ci viene raccontata soltanto attraverso i pezzi di carta che produce o che lo riguardano. Prima i disegni di un bambino negli anni Ottanta che passa il tempo a scarabocchiare. Poi i compiti di scuola, i biglietti, le lettere in cui mette nero su bianco quello che vorrebbe diventare. Poi il primo lavoro da impiegato temporaneo, le pratiche, i moduli. Stevie non entra mai nell'inquadratura. Esiste solo come traccia: una calligrafia che cambia, un modo di disegnare che si trasforma, un nome scritto in caselle sempre più piccole.

Il film corre a grande velocità. Hertzfeldt ha sviluppato tecniche di animazione nuove per ottenere questo ritmo, e il risultato è un flusso continuo di fogli che si sovrappongono, si sostituiscono, tornano con piccole variazioni, quasi come le pagine di un flipbook. Dal pastello e dal pennello delle prime immagini si arriva gradualmente agli omini stilizzati che sono la firma del regista, e quel passaggio di stile racconta la crescita meglio di qualunque dialogo. Il corto, del resto, non ne ha.

La tristezza degli uffici

La parte centrale è la più crudele. Lo spazio del disegno si restringe, la carta diventa burocratica, la persona viene ridotta a un insieme di campi da compilare. Hertzfeldt ha sempre avuto un talento speciale per far ridere e mettere a disagio insieme, e qui lo usa su un materiale apparentemente arido. I moduli sono comici nella loro rigidità, ma dietro ogni casella si sente la pressione di una vita che si sta stringendo.

Il paragone con ME, il corto del 2024, è inevitabile, perché anche lì Hertzfeldt lavorava senza parole e su una forma molto astratta. Paper Trail è più accessibile, più narrativo, e decisamente più commovente. Dove ME lasciava lo spettatore a decifrare un'esperienza quasi sensoriale, qui c'è una storia che chiunque può seguire, e che chiunque abbia firmato un contratto a tempo determinato riconoscerà con un certo disagio.

La colonna sonora di Naomi Alligator alterna sintetizzatori e pianoforte e sostiene la corsa senza mai sovrastarla. C'è anche una canzone di David Allred, usata in un momento che è meglio non anticipare.

Un finale senza ricatti

Il rischio di un film così era la malinconia programmata, la parabola dell'artista schiacciato dalla burocrazia. Hertzfeldt la evita con un finale più sfumato di quanto ci si aspetti. Lo Stevie adulto non disegna più, ma scrive ancora, e il film lascia aperta la questione se sia una sconfitta o semplicemente una trasformazione.

Qualche riserva si può avere sulla velocità: alla prima visione molti dettagli scivolano via, e alcune pagine passano troppo in fretta per essere lette. È un film costruito per essere rivisto, il che è un pregio e insieme un piccolo limite per un corto destinato soprattutto ai festival.

Resta il fatto che pochi autori riescono a condensare un'esistenza in un quarto d'ora con questa precisione. Il Cristal premia un film che usa il disegno per parlare del disegno, e di quello che succede quando smettiamo di farlo.

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