Our Uniform, Yegane Moghaddam disegna la scuola iraniana sulla stoffa del velo

Sette minuti, matite colorate e le pieghe del tessuto come fondale. Il corto dell'iraniana Yegane Moghaddam ha vinto il premio Jean-Luc Xiberras per l'opera prima ad Annecy.

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Illustrazione generata con intelligenza artificiale (Magnific) per Animazione2D

Che cosa resta di una divisa scolastica, anni dopo? Per Yegane Moghaddam resta la stoffa. Le pieghe, le cuciture, la trama un po' ruvida dei tessuti che per tutta l'infanzia ha indossato ogni mattina in una scuola femminile iraniana. Our Uniform è costruito proprio lì sopra, su quella superficie, e dura sette minuti.

Il corto ha fatto il suo esordio pubblico a inizio maggio ad Animayo, il festival di Gran Canaria, dove ha vinto il gran premio della giuria internazionale e il premio per la migliore tecnica mista. Pochi giorni fa, ad Annecy, la giuria gli ha assegnato il premio Jean-Luc Xiberras per un'opera prima. Tre premi in poche settimane per un film nato quasi in casa: Moghaddam lo ha cominciato nel settembre 2022, nei giorni delle proteste seguite alla morte di Mahsa Amini, e lo ha realizzato praticamente da sola, con il padre come produttore e la madre a occuparsi dei ricami.

Il velo come fondale

Il velo, in questo film, ha due funzioni insieme. È l'oggetto di cui si parla, l'hijab che le bambine dovevano portare come parte della divisa. È anche il supporto materiale su cui il film è animato. I personaggi sono disegnati a matita colorata e sovrapposti al tessuto fotografato, con le sue pieghe che diventano paesaggi, muri, corridoi. Altri capi di abbigliamento entrano in scena e vengono manipolati: una felpa che si apre con una zip lascia vedere i pensieri di una ragazza.

Va detto con chiarezza che si tratta di una tecnica ibrida. Una parte del lavoro è passo uno sui tessuti, mossi e fotografati fotogramma per fotogramma; il cuore del film, però, è il disegno, le figure a matita che si muovono sopra la stoffa con la leggerezza di uno schizzo su un quaderno di scuola. La stessa regista descrive il film come un incontro fra tessuto, animazione 2D e ricordi d'infanzia. È questa convivenza a dargli il suo carattere.

Il risultato visivo è insieme semplice e sorprendente. Il segno delle matite ha qualcosa di infantile, volutamente, ed è il punto di vista di una bambina che ricorda. La stoffa aggiunge una matericità che il disegno da solo non avrebbe, e fa sentire allo spettatore la consistenza fisica di ciò che il film racconta.

Una memoria senza slogan

Il racconto procede per episodi, ricordi di scuola, regole, piccoli momenti di vita quotidiana. Poi la protagonista si trasferisce negli Stati Uniti, e il modo in cui guarda il velo cambia. Il corto registra questo cambiamento senza trasformarlo in un manifesto.

È la scelta più coraggiosa, considerato il momento in cui il film è nato. Sarebbe stato facile, e forse anche comprensibile, girare un pamphlet. Moghaddam preferisce l'osservazione. Il velo è un oggetto che ha accompagnato ogni giorno della sua infanzia e su cui la vita si è depositata come una patina, e il film lo tratta così, con una distanza ironica che non diventa mai indifferenza.

Piccolo, ma non minore

Sette minuti sono pochi. A tratti si vorrebbe che alcune idee respirassero di più, e il passaggio all'età adulta arriva con una rapidità che toglie un po' di peso al confronto fra le due vite della protagonista. Ma il formato breve è anche ciò che rende il film così preciso: ogni inquadratura serve, e non c'è niente di decorativo.

In un'annata in cui ad Annecy sono passati molti corti tecnicamente ambiziosi, Our Uniform ha vinto con mezzi minimi e un'idea esatta. Il premio per l'opera prima segnala un'autrice da seguire. Chi avrà occasione di vederlo nei festival dei prossimi mesi farà bene a non perderlo.

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