Dear Basketball, Glen Keane anima la lettera d'addio di Kobe Bryant

Presentato al Tribeca Film Festival, il corto di cinque minuti unisce la poesia di Kobe Bryant, la musica di John Williams e le matite di Glen Keane. Un piccolo saggio di disegno a mano libera.

Glen Keane storyboarding.gk
Immagine: Grendelkhan · CC BY-SA 3.0 · Wikimedia Commons

Nel novembre del 2015 Kobe Bryant annunciò il ritiro con una lettera in versi indirizzata al basket. Un anno e mezzo dopo quella lettera è diventata un film di cinque minuti, presentato al Tribeca Film Festival il 23 aprile, con le immagini di Glen Keane e la musica di John Williams. Bryant legge il testo con la sua voce.

Detta così sembra un'operazione di prestigio, tre nomi celebri messi insieme per celebrare il quarto. In parte lo è. Ma basta guardare la prima inquadratura per capire che qui c'è anche altro: un animatore che, dopo quarant'anni, ha ancora voglia di mostrare cosa può fare una matita.

La matita che suda

Keane è l'uomo che a Burbank ha animato Ariel, la Bestia, Aladdin, Tarzan. Da quando ha lasciato la Disney lavora in autonomia, e Dear Basketball è il suo primo cortometraggio da regista dopo Duet, realizzato per Google. Qui torna al segno nudo. Niente colore pieno per gran parte del film, solo grafite su fondo chiaro, con il tratto lasciato visibile, a volte sporco, pieno di linee di costruzione.

Il risultato è una specie di schizzo in movimento. Il bambino che tira calzini arrotolati in un cestino di camera sua, il ragazzo che si allena da solo, il campione che si alza in volo verso il canestro: sono tutti la stessa figura che cambia età dentro lo stesso disegno. Keane usa la metamorfosi, uno degli strumenti più antichi dell'animazione, per raccontare il tempo, e lo fa con naturalezza.

C'è un dettaglio tecnico che vale la pena di guardare con attenzione, il sudore. Per rendere la pelle lucida dell'atleta Keane ha lavorato su un foglio separato con grafite morbida, ha fotografato il disegno e lo ha convertito in negativo, aprendo poi le luci con la gomma. È un procedimento artigianale e un po' bizzarro, e il risultato ha una fisicità che il digitale puro difficilmente raggiunge.

Il limite del testo

Il punto debole è la lettera stessa. Il testo di Bryant è sincero ma è quello che è, un congedo affettuoso scritto da un campione per i suoi tifosi, con frasi semplici e un lessico da biglietto di ringraziamento. Letto ad alta voce sopra un'orchestra sinfonica, rischia la retorica. John Williams, dal canto suo, scrive una musica che sembra uscita da un film sportivo hollywoodiano e la sottolinea con generosità.

Le immagini salvano spesso le parole. Quando il testo si fa generico, Keane trova un gesto preciso: una scarpa allacciata, una mano che stringe il pallone, le spalle curve di un corpo che comincia a cedere. È nel dettaglio che il film diventa vero.

Cosa resta

Dear Basketball è un'opera piccola e dichiaratamente celebrativa, e non ha l'ambizione di andare oltre. Chi non segue l'NBA probabilmente non ne sarà commosso come un tifoso dei Lakers. Ma chi ama il disegno animato avrà cinque minuti di lezione pratica su come una linea possa dare peso, velocità e fatica a un corpo. Che a darla sia Glen Keane, a sessantatré anni e con la matita in mano, rende il film prezioso anche oltre il suo argomento.

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