La famosa invasione degli orsi in Sicilia, Mattotti fa di Buzzati un teatro di colori
Presentato a Cannes in Un Certain Regard, il primo lungometraggio di Lorenzo Mattotti rispetta la favola di Buzzati e le aggiunge una cornice da cantastorie. Visivamente splendido, più timido nel racconto.

Gli orsi di Mattotti sono triangoli. Hanno la testa a punta, il corpo a cono, le zampe corte, e quando scendono dalle montagne innevate in lunghe file sembrano pedine di un gioco da tavolo o figure di un affresco medievale. Bastano le prime inquadrature per capire che La famosa invasione degli orsi in Sicilia, presentato il 21 maggio nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes, è prima di tutto il film di un pittore.
Lorenzo Mattotti aveva già lavorato con l'animazione, per esempio nel film collettivo Peur(s) du noir, ma questo è il suo primo lungometraggio. Lo ha prodotto in Francia Prima Linea, con una partecipazione italiana, e la sceneggiatura porta tre firme: la sua, quella di Jean-Luc Fromental e quella di Thomas Bidegain, sceneggiatore abituale di Jacques Audiard. La fonte è il libro per ragazzi che Dino Buzzati scrisse e illustrò alla fine della guerra, uscito nel 1945.
Un cantastorie nella grotta
La prima scelta di adattamento è anche la più felice. In una notte di bufera il cantastorie Gedeone e la piccola Almerina, che girano per la Sicilia raccontando storie nelle piazze, cercano riparo in una caverna. Lì svegliano un orso vecchissimo, poco contento della visita. Per non finire mangiati, i due gli raccontano la storia che portano in giro: quella del re Leonzio, del figlio Tonio rapito dagli uomini e della lunga guerra degli orsi contro il malvagio Granduca.
La cornice permette a Mattotti di alternare due registri. Da una parte il racconto principale, con le battaglie, il mago De Ambrosiis e la sua bacchetta capace di soli due incantesimi, i fantasmi del castello, il gatto mammone, il Serpenton de' Mari. Dall'altra il dialogo nella grotta, dove il vecchio orso rivela di conoscere un seguito della storia che i due cantastorie ignorano. È una trovata che dà al film una seconda parte, quella della corruzione degli orsi diventati cittadini, e la trasforma nel suo nucleo morale.
Il colore come racconto
Sul piano visivo è difficile trovare oggi in Europa un'opera altrettanto coerente. Mattotti abbandona quasi del tutto il chiaroscuro e costruisce lo spazio con campiture piene: il blu notte delle montagne, il giallo e l'arancio dei palazzi, il rosso delle uniformi. Le prospettive sono volutamente rigide, gli edifici ricordano il Trecento senese e la pittura metafisica, le folle si muovono come motivi decorativi.
L'animazione dei personaggi è semplice, quasi essenziale, ed è una scelta coerente con lo stile. A volte però questa semplicità diventa un limite. Nelle scene di battaglia, che dovrebbero essere il momento più epico, i movimenti appaiono un po' meccanici, e la grande ricchezza delle scenografie sovrasta i corpi che le attraversano. Le musiche di René Aubry accompagnano con garbo, ma raramente danno slancio.
Fedele, forse troppo
Il problema principale è di ritmo. Il film procede per tableaux, uno più bello dell'altro, ma la tensione narrativa resta bassa e i personaggi faticano a diventare qualcosa di più che figure. Leonzio è un re dolente e dignitoso, Salnitro un traditore annunciato fin dal primo sguardo, Tonio quasi un'ombra. Funziona meglio Almerina, figura che nel libro non esiste e che porta nella storia una curiosità e un'ironia nuove.
Resta un film per bambini che non tratta i bambini da sciocchi, e che parla di potere, di ricchezza e di ritorno alla natura con la stessa franchezza un po' malinconica di Buzzati. In un panorama dell'animazione italiana che fatica a produrre lungometraggi d'autore, vederlo a Cannes fa piacere. Vederlo sul grande schermo, con quei colori, sarà ancora meglio.


