Le Corset, Louis Clichy dipinge a inchiostro l'infanzia chiusa in un busto di ferro
Premiato a Cannes e tre volte ad Annecy, il film di Louis Clichy arriva nelle sale francesi. Un ragazzino della Beauce, un corsetto metallico e un'animazione ad acquerello di rara delicatezza.

Christophe ha undici anni e un corpo che non lo regge. Vive in una fattoria della Beauce, la pianura del grano a sud ovest di Parigi, e prova a essere il figlio che il padre Jean, uomo di pochissime parole, si aspetta. La cura arriva sotto forma di un busto di ferro da portare giorno e notte. Con quel guscio addosso Christophe viene allontanato dalla campagna, e lontano da casa scopre la musica, le marachelle, un amico capace di vedere oltre il metallo.
Detta così, Le Corset (che all'estero gira come Iron Boy) potrebbe sembrare un melodramma medico. Louis Clichy ne fa invece un racconto di formazione asciutto e spesso divertente, firmato insieme a Franck Salomé su soggetto originale. Il film è passato a maggio a Cannes, in Un Certain Regard, dove ha ricevuto il Premio speciale della giuria, e a giugno ad Annecy ha raccolto il premio della giuria, quello del pubblico e il premio Fondation Gan per la distribuzione. Da mercoledì 14 ottobre è nelle sale francesi.
Il pennello al posto del contorno
Chi ricorda Clichy come coregista di Asterix e il regno degli dei, in computer grafica, resterà spiazzato. Qui tutto è disegnato a mano, con l'inchiostro cinese a pennello e l'acquerello. Le scenografie le ha dipinte lo stesso regista, la direzione artistica è di Cécile Guillard, e l'animazione è distribuita tra diversi studi francesi e belgi (Eddy Studio, Caribara, Les Astronautes, Amopix, L'enclume) senza che si avvertano scollature.
La scelta tecnica ha un senso preciso. Il tratto a pennello ha un peso variabile, si ingrossa e si assottiglia, lascia sbavature. Accanto a un personaggio rinchiuso in una struttura rigida, quel segno così libero diventa un commento muto. Il busto è l'unico oggetto davvero geometrico in un mondo fatto di macchie, campi di grano sfumati, cieli bagnati. Quando Christophe si muove goffo nel suo corsetto, l'animazione ne restituisce l'impaccio con una precisione quasi fisica, e lo spettatore finisce per sentire il fastidio delle cinghie.
Silenzi di famiglia e una canzone pop
Il padre è il cuore opaco del film. Clichy non lo trasforma mai in un cattivo, lo lascia muto e ostinato, preso dalla fatica di una fattoria che non rende. Nella versione originale le voci di Gary Clichy (Christophe), Dimitri Colas e Aurélie Vassort reggono bene questi silenzi, mentre Alexandre Astier e Jean-Pascal Zadi, nei panni di un prete, portano le schegge di commedia.
Il regista aveva pensato inizialmente di fare a meno di una colonna sonora originale. Il film vive così di pochi brani scelti, il Requiem di Fauré da una parte e dall'altra Ouragan, la hit anni Ottanta di Stéphanie di Monaco. L'accostamento fa sorridere ed è efficace. Il sacro e il pop da radiolina si contendono lo stesso ragazzino, e a nessuno dei due viene dato ragione.
Qualche dubbio, molta grazia
Il secondo atto, quello lontano dalla fattoria, tende a disperdersi in episodi, e alcune figure di contorno restano appena abbozzate. Si ha l'impressione che Clichy ami troppo i suoi quadretti per tagliarli. È un difetto veniale in un film di un'ora e mezza che non conosce cadute di gusto.
Resta l'impressione di aver visto qualcosa di raro nell'animazione europea recente, un'opera per ragazzi e per adulti che si fida dell'immagine dipinta e non della battuta. Il busto di ferro di Christophe pesa davvero, e proprio per questo la sua leggerezza finale commuove.


