Muyi, la légende du village des femmes, Julien Chheng disegna una Cina tra fiaba e calligrafia

Presentato nella sezione Contrechamp di Annecy, il primo film diretto in solitaria da Julien Chheng è un'avventura disegnata interamente a mano. Una ragazza, un bufalo, una compagnia di attrici e un generale che non vuole riposare.

Illustrazione per l’articolo: Muyi, la légende du village des femmes, Julien Chheng disegna una Cina tra fiaba e calligrafia
Illustrazione generata con intelligenza artificiale (Magnific) per Animazione2D

Tre milioni di euro e circa un anno di lavorazione, dal layout alla post-produzione. Sono cifre minime per un lungometraggio d'animazione disegnato a mano, fotogramma per fotogramma, e basta guardare Muyi, la légende du village des femmes per capire che dietro c'è una squadra che sa esattamente dove mettere ogni euro. Il film di Julien Chheng, presentato la settimana scorsa ad Annecy nella sezione Contrechamp, è la prima prova sul lungo di Studio La Cachette, lo studio francese di cui il regista è cofondatore, coprodotto con Duetto.

Chheng non è un esordiente. Aveva già firmato insieme a Jean-Christophe Roger Ernest et Célestine, le voyage en Charabie nel 2022. Questa è però la prima volta che dirige da solo, su una sceneggiatura scritta con Sujuan Xu a partire da storie ascoltate durante i loro viaggi in Cina.

Un villaggio senza uomini

Muyi ha quattordici anni, è orfana e vive con la nonna in un villaggio isolato tra le montagne della Cina degli anni Novanta, un luogo un po' magico dove agli uomini è vietato entrare. Le anziane del posto sono considerate streghe dalla gente della valle. Muyi è irrequieta, scorrazza in groppa al suo bufalo d'acqua, combina guai con i ragazzini dei campi e sogna di andarsene.

L'occasione arriva con una compagnia itinerante di attrici, famosa per lo spettacolo sul Bel Generale, eroe di una leggenda locale. La troupe cerca il tesoro del Generale e propone uno scambio: una rappresentazione per il villaggio, in cambio dell'aiuto delle donne per placare lo spirito del condottiero. Dopo lo spettacolo Muyi scopre un segreto doloroso sul proprio passato, fugge nella foresta e incontra un semidio dispettoso, accompagnato da una tigre vegetariana. Da lì il racconto prende la strada del viaggio nel tempo, fino all'epoca del Generale, molti secoli prima.

Detta così sembra molta materia per novanta minuti. Lo è. Ma Chheng tiene insieme le parti con un ritmo da avventura classica, e la trama, per quanto affollata, non perde mai di vista la sua protagonista e la domanda da cui parte: da dove vengo, e cosa devo a chi mi ha cresciuto?

Due stili per due epoche

Il fascino del film è visivo. Nelle scene ambientate nel presente l'animazione dei personaggi è fluida, morbida, con fondali che imitano l'acquerello e restituiscono l'isolamento del villaggio tra le montagne. È un 2D tradizionale di ottima fattura, attento al peso dei corpi e all'espressività dei volti.

Quando il racconto torna indietro nel tempo, lo stile cambia. Il disegno si fa calligrafico, i fondali diventano superfici piatte che ricordano le antiche mappe dipinte, i personaggi si semplificano in poche linee. Il passaggio è netto e funziona, perché fa sentire la distanza tra le epoche senza bisogno di spiegazioni. In mezzo c'è lo spettacolo della compagnia, risolto con una sequenza che richiama il teatro delle ombre e che è forse il momento più bello del film. L'omaggio alla pittura cinese e alla calligrafia è dichiarato, e Chheng lo trasforma in un linguaggio narrativo.

La musica di Amin Goudarzi accompagna con discrezione, senza mai cercare l'effetto epico a tutti i costi.

Gli inciampi di un esordio

I difetti sono quelli di un primo film ambizioso. La parte nel passato introduce troppi personaggi in poco tempo, e alcuni passaggi della risoluzione arrivano sbrigativi. Anche il semidio e la sua tigre, pensati come spalla comica, funzionano a corrente alternata, con gag che a volte rompono un'atmosfera costruita con pazienza.

Sono riserve che non cambiano il giudizio d'insieme. Muyi è un film d'avventura per ragazzi che rispetta il suo pubblico, con un'eroina attiva e un mondo disegnato con amore e precisione. E dimostra che uno studio indipendente francese, con un budget contenuto e tempi stretti, può ancora produrre un lungometraggio in animazione tradizionale capace di stare accanto ai titoli più ricchi del festival.

muyijulien chhengstudio la cachetteannecy 2026animazione francese

Leggi anche

Ogni venerdì nella tua casella

L’animazione 2D, una lettera alla volta