On-Gaku - Our Sound, il rock disegnato a mano da Kenji Iwaisawa

Tre teppisti di provincia, un basso trovato per caso e oltre quarantamila disegni fatti in sette anni. Il debutto di Kenji Iwaisawa è una commedia impassibile che esplode in un concerto rotoscopiato.

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Illustrazione generata con intelligenza artificiale (Magnific) per Animazione2D

Kenji ha la testa rasata, i baffetti da adolescente e lo sguardo di un pesce lesso. Per i primi venti minuti di On-Gaku: Our Sound quasi non sbatte le palpebre. Poi qualcuno gli mette in mano un basso, lui pizzica una corda, e il film cambia temperatura senza che la sua faccia si muova di un millimetro.

Uscito nelle sale giapponesi l'11 gennaio dopo aver vinto il premio per il miglior lungometraggio al festival di Ottawa lo scorso settembre, il primo film di Kenji Iwaisawa è una piccola anomalia nel cinema d'animazione nipponico. Dura appena settantun minuti. Adatta un manga autoprodotto di Hiroyuki Ohashi. E soprattutto è stato fatto quasi a mano, da un regista che per circa sette anni ha disegnato, rotoscopiato e montato con una squadra in gran parte di non professionisti, reclutati senza un vero budget. Si parla di più di quarantamila disegni.

Tre ragazzi e nessuna nota

La storia è minima. Kenji, Ota e Asakura sono tre delinquenti di liceo che passano le giornate a non fare niente con grande impegno. Quando un basso capita fra le mani di Kenji, i tre decidono di fondare una band senza saper suonare alcunché. Hanno strumenti di fortuna e mezza batteria, e il loro primo pezzo è un muro di colpi ripetuti, la stessa nota pestata all'infinito. Nella stessa scuola c'è un trio folk acustico guidato dal timido Morita, con un nome quasi identico al loro, e da questo equivoco nasce una rivalità che porta tutti a un festival rock di quartiere.

Detta così sembra una commedia scolastica come tante. Iwaisawa la gira invece con un umorismo impassibile che ricorda certi film di Aki Kaurismäki più che gli anime per adolescenti. Le pause sono lunghissime. I personaggi si fissano. Le battute arrivano in ritardo, e il ritardo è la battuta. Il disegno, volutamente rigido e povero di intercalazioni, asseconda questo ritmo: un personaggio può restare fermo per secondi interi, e quella fissità diventa comica proprio perché l'animazione, di solito, ha paura del vuoto.

Quando il disegno si mette a suonare

Il cuore del film è la musica, e qui la scelta tecnica smette di essere una necessità economica per diventare una dichiarazione. Nelle scene di concerto Iwaisawa passa al rotoscopio, ricalcando riprese dal vero, e il tratto si fa improvvisamente sporco, nervoso, vivo. Le mani sulle corde hanno un peso fisico, i corpi oscillano con l'imprecisione di veri musicisti alle prime armi. Nella parte finale il film si concede perfino uno sbandamento psichedelico, e chi pensava di assistere a una commedia minimalista si ritrova in pieno delirio grafico.

Il contrasto funziona perché è preparato. Per un'ora il film ha trattenuto il fiato, ha negato movimento ai suoi personaggi, li ha lasciati inerti sui fondali piatti di una provincia senza qualità. Quando finalmente si muovono, lo fanno tutti insieme. Il rotoscopio qui ha poco a che vedere con la ricerca del realismo che ha segnato altri usi della tecnica. Serve a far entrare nel disegno un'energia che il disegno da solo, a questi ritmi di produzione, non avrebbe potuto reggere.

I limiti di un film fatto in cantina

Non tutto regge allo stesso modo. Alcune sequenze di raccordo sono davvero troppo scarne, e la seconda metà, prima del concerto finale, gira un po' a vuoto. Il personaggio di Aya, l'amica che i ragazzi vorrebbero impressionare, resta poco più di uno spunto. Chi cerca la ricchezza di dettaglio degli studi maggiori resterà deluso, e qualche volta la povertà di mezzi si vede senza trasformarsi in stile.

Resta un film con un'identità rarissima. La voce di Kenji è quella del musicista Shintaro Sakamoto, ex leader degli Yura Yura Teikoku, e la sua monotonia calibrata al millimetro vale da sola metà delle risate. Iwaisawa ha capito una cosa semplice sulla musica giovanile: conta il rumore, non la competenza. Il suo film la rispetta fino in fondo, e per questo rimane in testa come un riff di una nota sola, stupido e irresistibile.

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