Amélie et la métaphysique des tubes, l'infanzia giapponese di Nothomb in colori senza contorno

Maïlys Vallade e Liane-Cho Han adattano il romanzo di Amélie Nothomb sui primi anni di vita in Giappone. Premio del pubblico ad Annecy, è appena uscito nelle sale francesi.

Maïlys Vallade en dédicace, Café du Commerce, Paris 2012
Immagine: Tonio Vega from Paris (France), France · CC BY-SA 2.0 · Wikimedia Commons

Il romanzo di Amélie Nothomb comincia con una provocazione: all'inizio c'era un tubo. Una bambina appena nata che non si muove, non piange, non guarda, e che dentro di sé è convinta di essere Dio. Adattare un testo del genere per il cinema d'animazione sembrava un azzardo. Maïlys Vallade e Liane-Cho Han ci sono riusciti con una leggerezza che sorprende, e Amélie et la métaphysique des tubes, presentato a Cannes tra le proiezioni speciali e premiato dal pubblico ad Annecy, è arrivato nelle sale francesi il 25 giugno con Haut et Court.

Una dea di due anni

La storia è quella dell'infanzia di Nothomb, figlia di un diplomatico belga, nel Giappone della fine degli anni Sessanta. Amélie nasce in uno stato quasi vegetativo, un tubo che ingerisce e lascia passare, e i genitori non sanno cosa pensare. Poi, intorno ai due anni, si risveglia di colpo, e scopre il mondo con l'arroganza di chi crede di averlo creato.

Accanto a lei c'è Nishio-san, la governante giapponese che la adora e le insegna tutto. Le racconta degli yōkai, le mostra le carpe koi del giardino, le spiega il kanji della pioggia, che in giapponese suona come il suo nome. In casa lavora anche Kashima-san, molto meno affettuosa. Le giornate di Amélie scorrono tra scoperte e capricci, finché la morte di una persona cara, un incidente nell'acqua e la notizia che la famiglia dovrà presto tornare in Europa la costringono a fare i conti con la cosa più difficile: essere umana, cioè fragile.

Il film tiene la voce narrante della bambina, affidata nella versione francese a Loïse Charpentier, che commenta tutto con la sicurezza ironica del romanzo. È una scelta che poteva appesantire. Invece diventa il motore comico del film, perché il contrasto tra quella voce adulta e il corpicino goffo che la ospita funziona ogni volta.

Il colore al posto della linea

Dietro il film c'è Maybe Movies, la casa di produzione di Tout en haut du monde e Calamity, e si vede. Anche qui i personaggi sono costruiti senza contorni, con campiture di colore pieno che definiscono volumi e luci. Rispetto ai film di Rémi Chayé, però, la palette è diversa, più acidula, a tratti quasi fluorescente, come se il mondo fosse visto da una bambina che scopre tutto per la prima volta. Le inquadrature stanno spesso all'altezza di Amélie, e il giardino di casa diventa un territorio sterminato.

Le sequenze più belle sono quelle sensoriali. La pioggia che cade sul laghetto, le carpe che affiorano, la paura dell'acqua che si chiude sulla testa. Lì il disegno si fa quasi astratto e l'animazione segue il ritmo delle sensazioni più che quello della storia. Le musiche di Mari Fukuhara accompagnano con discrezione.

Qualche ombra

Il film dura poco meno di ottanta minuti e in certi momenti sembra una serie di quadri più che un racconto continuo. Chi cerca una trama forte resterà un po' a bocca asciutta. Anche la dimensione storica, il Giappone di quegli anni con le ferite ancora aperte della guerra, resta appena accennata, mentre avrebbe potuto dare più spessore ai personaggi adulti.

Ma è un difetto in parte voluto. Vallade e Han raccontano il mondo come lo vede una bambina di due o tre anni, cioè per frammenti intensi e senza un ordine. In questo sono fedeli al romanzo più di quanto lo sarebbe stato un adattamento ordinato.

Il film arriva in un momento felice per l'animazione francese d'autore, e aggiunge un tassello prezioso. Ricorda che l'infanzia, al cinema, non è per forza tenera o nostalgica. Può essere crudele, divertente, presuntuosa, e anche un po' filosofica.

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