Mirai, Mamoru Hosoda racconta la gelosia di un bambino di quattro anni
Presentato alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes, il nuovo film di Hosoda chiude il mondo dentro una casa di Yokohama e un albero in giardino. Bellissimo da guardare, più fragile da raccontare.

C'è una scena, verso metà film, in cui Kun scopre che la mamma da bambina era una peste. La vede rovesciare la casa, ridere sguaiata, sfidare la nonna. Il bambino, che fino a quel momento ha visto nella madre soltanto l'adulta che lo sgrida, resta a bocca aperta. È il momento in cui si capisce cosa vuole fare Mamoru Hosoda con Mirai: un film sul tempo familiare visto dall'altezza di un bambino di quattro anni, dove passato e futuro diventano stanze in cui si può entrare dal giardino.
Mirai è stato presentato in anteprima mondiale il 16 maggio alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes, una vetrina che un film d'animazione giapponese raggiunge di rado. In Giappone uscirà il 20 luglio con Toho. È il terzo lungometraggio di Hosoda prodotto da Studio Chizu, la società che ha fondato dopo Summer Wars, e come i precedenti è scritto da lui.
Una casa costruita intorno a un albero
Kun vive a Yokohama con i genitori e il cane Yukko in una casa a gradoni che il padre, architetto, ha progettato intorno a un piccolo albero. Quando nasce la sorellina Mirai, il mondo di Kun si capovolge. La madre torna al lavoro, il padre resta a casa a lavorare da remoto e a occuparsi dei figli con una goffaggine tenera, e Kun si ritrova all'improvviso in secondo piano. Fa i capricci, picchia la neonata con un trenino, urla, si chiude.
Ogni crisi lo spinge in giardino, e il giardino si apre su qualcos'altro. Ci incontra un uomo strano che si presenta come il principe della casa ed è il cane Yukko in forma umana. Incontra Mirai adolescente, arrivata dal futuro per un motivo buffo che riguarda le bambole della festa delle bambine da rimettere via in tempo. Torna indietro fino all'infanzia della madre, e poi ancora più indietro, fino a un giovane uomo con una gamba ferita che lo fa salire su un cavallo e su una motocicletta. Il bisnonno.
La precisione dei gesti piccoli
Il film dà il meglio nel quotidiano. Hosoda e i suoi animatori osservano il corpo di un bambino di quattro anni con un'attenzione rara: il modo di correre sbilanciato in avanti, i pianti che partono da un niente, la rabbia che si trasforma in noia nel giro di un secondo. Kun ha la voce di Moka Kamishiraishi, e la sua recitazione accompagna bene questa instabilità. Le scene di vita domestica, i pasti, i bagnetti, il padre che non trova il tempo di finire un progetto, hanno un realismo affettuoso che ricorda i momenti migliori di Wolf Children.
Le escursioni fantastiche cambiano registro. La casa si apre, gli sfondi diventano più astratti, e in una sequenza ambientata in una stazione ferroviaria immaginaria il film si avvicina all'incubo, con figure di carta ritagliata e annunci inquietanti. È il passaggio visivamente più audace, e anche quello in cui la paura infantile di perdersi trova una forma convincente. La musica di Masakatsu Takagi sostiene senza enfasi, e il tema di Tatsuro Yamashita apre il film con una leggerezza quasi pop.
Episodi più che racconto
Il problema è che Mirai procede per episodi staccati. Ogni crisi di Kun porta a un viaggio, ogni viaggio porta a una piccola lezione, poi si torna a casa e si ricomincia. La struttura funziona per la prima ora, poi diventa prevedibile. Il film non costruisce una tensione che cresca da un episodio all'altro, e quando arriva il finale, con il grande albero che contiene tutta la memoria della famiglia, il messaggio sulla continuità tra generazioni viene detto in modo fin troppo esplicito.
C'è anche un dubbio sul pubblico. Mirai ha per protagonista un bambino piccolo, ma è pensato con evidenza per i genitori, che riconosceranno ogni scena. I bambini forse si annoieranno davanti a un personaggio che passa buona parte del tempo a fare i capricci.
È un film minore nella filmografia di Hosoda, più intimo e meno ambizioso di Summer Wars o The Boy and the Beast. Ma ha momenti di grazia autentica, e la scelta di raccontare una cosa così piccola, la gelosia per un fratello appena nato, con i mezzi di un grande film d'animazione, merita rispetto.

