In the Shadow of the Cypress, un capitano, una figlia e una balena arenata
Il corto iraniano di Hossein Molayemi e Shirin Sohani, passato in Orizzonti a Venezia, racconta il trauma di guerra con forme geometriche e nessuna parola.

Una balena spiaggiata davanti a casa è un problema concreto, enorme, che non si può ignorare. In In the Shadow of the Cypress (titolo originale Dar saaye sarv) arriva nel momento peggiore, quando una ragazza ha appena deciso di andarsene e lasciare il padre ai suoi demoni. Da lì il film cambia direzione, e la storia di una fuga diventa la storia di un salvataggio, o almeno di un tentativo.
Il corto, venti minuti senza dialoghi, è stato proiettato alla Mostra di Venezia nella sezione Orizzonti, in concorso per il premio al miglior cortometraggio. Lo firmano Hossein Molayemi e Shirin Sohani, coppia di registi iraniani formati all'Università d'arte di Teheran, che lo hanno anche prodotto con il loro Barfak Animation Studio. Insieme hanno curato sceneggiatura, scenografie, storyboard e layout; Molayemi ha montato. La musica è di Afshin e Arash Azizi.
Un uomo che ha smesso di navigare
Il protagonista è un ex capitano di mare che vive con la figlia in una casa isolata sulla costa. Soffre di disturbo post-traumatico, e il film lo mostra senza bisogno di spiegarlo: gli scatti d'ira, le cose rotte, lo sguardo fisso. La figlia lo accudisce con la pazienza di chi ha già perdonato troppe volte. Quando la balena compare sulla spiaggia, i due provano insieme a rimetterla in acqua e falliscono. Il padre si ritira sulla vecchia nave in disarmo, la figlia resta accanto all'animale.
Il passato arriva per frammenti. C'è una guerra, c'è un bombardamento, c'è una moglie che non c'è più. Molayemi e Sohani non costruiscono flashback esplicativi: inseriscono lampi di memoria che interrompono il presente con la stessa violenza con cui interrompono la vita del capitano. Lo spettatore capisce la causa del trauma più o meno nello stesso momento in cui capisce che quel trauma non si risolverà con un gesto.
Non racconto come finisce. Basti dire che il rapporto tra il padre, la figlia e la balena si sposta più volte, e che il film ha il coraggio di arrivare a un'immagine finale molto netta, quasi brutale nella sua semplicità.
Geometria e silenzio
Visivamente il corto è asciutto. Le figure sono costruite con forme geometriche essenziali, superfici piatte, pochi dettagli. La casa, la nave, il cipresso del titolo sono sagome più che oggetti. È una scelta estetica precisa, e con ogni probabilità anche pratica: i titoli di coda elencano una squadra di animatori molto piccola, e un disegno così essenziale permette a poche mani di reggere venti minuti di film.
Il risultato non sembra mai povero. La semplificazione lascia spazio al colore e alla luce, che fanno buona parte del lavoro emotivo: i blu del mare, i toni bruciati della memoria, il buio della stiva. E soprattutto lascia spazio al silenzio. Senza dialoghi, ogni movimento pesa. Una mano che trema, una porta sbattuta, la figlia che si siede accanto alla balena e aspetta.
L'animazione del corpo della balena merita una nota a parte. È la cosa più grande in ogni inquadratura, e i registi la trattano con rispetto, senza farne un animale da cartone. Respira, si muove poco, soffre. Per tutto il film resta un enigma, e funziona proprio perché nessuno prova a spiegarla.
Dove inciampa
Qualche passaggio centrale gira un po' a vuoto. Il ritiro del padre sulla nave occupa parecchi minuti e alcune immagini si ripetono senza aggiungere molto; con un paio di minuti in meno il film avrebbe guadagnato in tensione. Anche la colonna sonora, a tratti, sottolinea emozioni che le immagini avevano già reso chiarissime.
Sono difetti piccoli rispetto a quello che il corto riesce a fare. Parlare di guerra e di reduci senza mostrare un solo combattimento, solo le conseguenze dentro una casa sul mare, è un'idea difficile da tenere per venti minuti. Molayemi e Sohani ci riescono quasi sempre. Dall'Iran arriva un cortometraggio che merita di girare a lungo nei festival, e il passaggio a Venezia è un buon punto di partenza.


