Mars Express, il noir marziano di Jérémie Périn tra androidi e detective
Il primo lungometraggio di Jérémie Périn porta il cyberpunk francese su Marte, nel 2200. Un'indagine serrata, un disegno realistico e una domanda vecchia quanto la fantascienza, cosa resta di noi in una copia.

Da anni l'animazione europea chiedeva un film di fantascienza per adulti che non avesse paura di sporcarsi le mani. Mars Express di Jérémie Périn, arrivato nelle sale francesi il 22 novembre dopo i passaggi a Cannes (al Cinéma de la Plage) e nel concorso di Annecy, risponde a quella richiesta con un'indagine poliziesca che dura novanta minuti scarsi e non perde un colpo.
Siamo nel 2200. Aline Ruby è una detective privata che lavora in coppia con Carlos Rivera, o meglio con quello che resta di lui: il suo vecchio socio è morto, e la sua coscienza vive ora dentro un corpo di androide. I due vengono ingaggiati per rintracciare Jun Chow, una studentessa di cibernetica che sblocca illegalmente i robot, liberandoli dai vincoli imposti dai costruttori. La pista porta a Noctis, una città marziana dove umani e macchine sembrano convivere in pace. Sembrano, appunto.
Un'eredità che si vede
Périn e lo sceneggiatore Laurent Sarfati vengono dalla serie Lastman, e si sente. Il ritmo è quello di chi conosce la serialità d'azione, il gusto per la violenza improvvisa anche. Ma le radici del film stanno più lontano, nel cinema di Mamoru Oshii, in Ghost in the Shell e Patlabor, nell'eredità di Blade Runner e nella scuola grafica di Métal hurlant. Il regista non nasconde nessuno di questi debiti. Li usa come una grammatica condivisa, e su quella grammatica costruisce frasi proprie.
La scelta più interessante riguarda proprio il disegno. I personaggi sono animati a mano con un tratto realistico, privo di caricatura, che permette al film di passare da una scena di dialogo in ufficio a un inseguimento brutale senza che lo stile debba cambiare registro. Veicoli, alcuni ambienti e gli effetti si appoggiano anche al 3D (una parte del lavoro è stata fatta con Blender), ma l'integrazione è discreta e non tradisce mai la sensazione di un film pensato e composto come disegno. La direzione artistica di Mikael Robert immagina una Marte urbana che guarda a Los Angeles, fatta di grattacieli, insegne e cupole, dove la tecnologia è ovunque e nessuno ci fa più caso.
Carlos, la copia che ricorda
Il cuore del film è Carlos. Doppiato in francese da Daniel Njo Lobé, è il personaggio più tragico e anche quello scritto meglio. Ricorda tutto della sua vita precedente, compresa la violenza che ha rovinato i rapporti con la figlia e con l'ex moglie, e continua a girare intorno a una famiglia che è andata avanti senza di lui. Ogni sua scena porta con sé un'amarezza che il film non sottolinea mai. Basta uno sguardo, una pausa.
Aline, a cui dà voce Léa Drucker, è più chiusa. La sua durezza è quella del noir classico, il detective che si è fatto una corazza e la tiene stretta. Funziona, anche se la sceneggiatura le concede meno spazio interiore di quanto meriterebbe. Intorno a loro si muovono figure ben tratteggiate, dal magnate Chris Royjacker (Mathieu Amalric) alla hacker Roberta Williams, che danno al mistero la giusta densità di sospetti.
Dove inciampa
Il limite di Mars Express è la quantità. Il film mette sul tavolo molte idee, dai corpi aumentati al mercato delle coscienze, dalla schiavitù delle macchine alla sorveglianza, e non sempre trova il tempo per lasciarle respirare. Alcuni snodi dell'intreccio arrivano spiegati in fretta, quasi in sintesi, e chi non ha familiarità con il genere potrebbe perdere un passaggio. È il prezzo di una durata contenuta, che altrove diventa un pregio.
Le musiche di Fred Avril e Philippe Monthaye accompagnano bene, con un'elettronica che evoca gli anni Ottanta senza diventare citazione.
Resta un esordio che alza l'asticella per l'animazione francese di genere. Périn dimostra che si può fare cinema d'azione disegnato per adulti in Europa, con mezzi lontanissimi da quelli giapponesi o americani, e con una personalità riconoscibile. Il finale, che qui non sveliamo, prende una direzione inattesa e malinconica. E lascia addosso una domanda precisa: se una copia ricorda di aver amato, quell'amore conta ancora?


