Letter to a Pig, Tal Kantor e la memoria che passa da un'aula di scuola
In concorso ad Annecy, il corto dell'israeliana Tal Kantor intreccia disegno, pittura acrilica e riprese dal vero attorno alla testimonianza di un sopravvissuto alla Shoah.

Un anziano entra in una classe e legge una lettera. Il destinatario è un maiale. Durante la guerra quell'animale gli ha salvato la vita, e lui, sopravvissuto alla Shoah, ha deciso di ringraziarlo per iscritto. Gli studenti ascoltano con l'attenzione distratta di qualsiasi adolescente in un'ora di scuola. Una di loro, Alma, comincia a perdersi dentro quelle parole.
Letter to a Pig di Tal Kantor è passato in concorso al Festival di Annecy ed è uno dei cortometraggi più densi visti quest'anno nella selezione. Dura poco meno di diciassette minuti. È prodotto in Francia da Miyu Productions, con la coproduzione dello studio israeliano The Hive e il sostegno del CNC e di Arte France.
Una testimonianza ascoltata male
La scelta più intelligente del film è quella del punto di vista. Kantor non racconta la storia del sopravvissuto. Racconta come quella storia arriva, deformata, a una ragazzina di oggi. Il vecchio parla, e nella testa di Alma la classe si sgretola: compare un bosco minaccioso, un fienile nero diventa enorme. Le immagini della guerra che lei si costruisce sono quelle di chi non l'ha vissuta e la immagina con il materiale che ha, cioè paure personali, fantasie, piccoli rancori da corridoio.
Da qui nasce la domanda che regge tutto il corto, quella sul confine tra umano e animale. Il maiale salvatore e gli uomini persecutori stanno su lati opposti di una linea che il film rende sempre più incerta, fino a rivolgerla verso la stessa Alma e verso le sue domande su chi sia lei. Kantor non tira conclusioni morali esplicite. Lascia il disagio dove deve stare.
Tre materiali, un solo sguardo
La tecnica è quella che la regista aveva già sperimentato in In Other Words, il suo corto precedente, ed è qui portata più lontano. Ci sono riprese dal vero, figure disegnate a mano e ricalcate sul girato, fotografie, e soprattutto passaggi dipinti in acrilico su carta. Le parti più realistiche stanno all'inizio, nella classe. Più Alma scivola nella propria immaginazione, più il segno si scioglie, la pittura si allarga e il nero prende spazio.
Questa progressione funziona come una mappa della memoria. Certe cose si ricordano con precisione fotografica, altre sono macchie. Il film rende visibile questa differenza senza mai dichiararla, e chi guarda la percepisce nel corpo prima di capirla. Le figure disegnate sopra il girato hanno una fragilità che colpisce.
Dove il corto inciampa
C'è un momento, verso la metà, in cui la densità delle immagini rischia di soffocare il racconto. Le visioni di Alma si accumulano, i registri visivi si alternano molto in fretta e per qualche minuto si perde il filo che lega la ragazza al vecchio in fondo alla classe. È il prezzo di un'opera che vuole tenere insieme molti piani, e non tutti gli spettatori avranno la pazienza di aspettare che i fili si riannodino.
Quando succede, però, l'effetto è forte, e la lettera al maiale smette di sembrare una stranezza. Diventa il centro morale del film, il punto in cui gratitudine, colpa e identità si toccano.
Il posto di Kantor nell'animazione d'autore
Negli ultimi anni Miyu ha costruito un catalogo di corti d'autore molto riconoscibile, spesso ibridi, spesso politici in modo obliquo. Letter to a Pig ci sta benissimo. Kantor appartiene a quella generazione di registe che considerano l'animazione uno strumento per lavorare sulla percezione più che sul racconto lineare, e che non hanno paura di mescolare il disegno con altri materiali.
Il film non è facile e non vuole esserlo. Parla della Shoah evitando ogni immagine prevedibile e mette al centro una domanda scomoda su come le nuove generazioni ricevono le testimonianze. Pochi corti visti ad Annecy quest'anno lasciano addosso tante domande.


