Ice Merchants, padre e figlio appesi a una parete di roccia

Il corto di João Gonzalez ha vinto alla Semaine de la Critique di Cannes. Quattordici minuti senza parole, un paracadute al giorno e una casa sospesa nel vuoto.

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Illustrazione generata con intelligenza artificiale (Magnific) per Animazione2D

Ogni mattina un uomo e un bambino si buttano nel vuoto. Lo fanno dalla soglia di casa, una baracca agganciata a una parete verticale, con un paracadute a testa e un carico di ghiaccio legato addosso. Giù, molto più giù, c'è un villaggio dove il ghiaccio si vende. La sera tornano su con un sistema di carrucole. Il giorno dopo si ricomincia.

Quella di Ice Merchants è una premessa assurda, presentata con una calma da documentario. João Gonzalez, regista portoghese nato a Porto nel 1996, non spiega perché una famiglia viva lì, né da quanto tempo. Mostra i gesti, li ripete, e lascia che sia la ripetizione a raccontare. Il film è durato quattordici minuti nella sala della Semaine de la Critique, a Cannes, e ne è uscito con il Leitz Cine Discovery Prize per il cortometraggio. È la prima volta che un film d'animazione portoghese viene premiato nella sezione.

La routine come racconto

La cosa più riuscita del corto è la sua struttura. Le prime scene stabiliscono un rito domestico preciso: il risveglio, il ghiaccio raccolto, i cappelli, il salto. Ogni ripetizione successiva aggiunge un dettaglio minimo, una piccola variazione nel modo in cui il padre guarda il figlio, un oggetto che prima non c'era. Chi guarda impara la routine e quindi si accorge subito quando qualcosa si incrina.

C'è un'assenza che pesa su tutta la casa. Gonzalez la suggerisce con pochi elementi, senza flashback esplicativi e senza una riga di dialogo. Il rapporto fra i due protagonisti passa attraverso gesti pratici, ed è lì che il film trova la sua tenerezza: un padre che controlla le cinghie del figlio prima del salto dice più di qualsiasi battuta.

Il finale prende una direzione che non anticipo. Basta sapere che arriva al momento giusto e che rischia il sentimentalismo, superandolo grazie alla stessa sobrietà del resto.

Un disegno che misura il vuoto

La grafica di Ice Merchants lavora per sottrazione. Le figure sono essenziali, quasi geometriche, con volti ridotti a pochi segni. La palette è stretta: bianchi freddi, azzurri, qualche arancio caldo che spunta dove serve attirare lo sguardo. In un film dove lo spazio verticale è il vero protagonista, la scelta funziona. Le inquadrature dall'alto e dal basso fanno sentire la distanza fra la casa e il fondovalle, e i lunghi momenti di caduta col paracadute hanno qualcosa di sospeso e di ipnotico.

Rispetto a molti corti d'autore europei recenti, qui l'animazione è meno esibita e più funzionale. I movimenti sono puliti, a volte volutamente rigidi, e la macchina da presa virtuale si concede pochi virtuosismi. Qualcuno potrebbe trovarlo freddo. A me sembra coerente con un racconto che preferisce trattenere invece di spiegare.

La musica scritta dal regista

Gonzalez è anche un musicista di formazione classica, e la colonna sonora l'ha composta lui. Si sente. Il ritmo del montaggio e quello della musica sono pensati insieme, e certe sequenze sembrano costruite come movimenti di un brano: un tema che torna, si varia, si interrompe. In un film muto la musica regge molto del peso emotivo e qui lo regge senza strafare.

Il corto è una coproduzione fra Portogallo, Francia e Regno Unito, prodotta da COLA con Bruno Caetano, coprodotta da Wild Stream e dal Royal College of Art. Dopo Nestor e The Voyager, i due lavori precedenti di Gonzalez, Ice Merchants è il film che lo porta su un palcoscenico internazionale. Ha tutto per fare una lunga strada nei festival d'animazione, e se la merita.

Un solo appunto. La metafora della casa appesa è talmente forte che a tratti il film sembra fidarsi più dell'immagine che dei personaggi, e il bambino resta un po' sullo sfondo rispetto al padre. È un limite piccolo, in un'opera che in quattordici minuti costruisce un mondo intero e un lutto senza mai nominarlo.

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