Unicorn Wars, gli orsetti di Alberto Vázquez vanno alla guerra

In concorso ad Annecy, il secondo lungometraggio di Alberto Vázquez mette orsetti di peluche in un campo di addestramento e li manda a sterminare unicorni. Una satira feroce e disperata, disegnata con colori da libro per bambini.

Alberto Vázquez
Immagine: Josi · CC BY-SA 4.0 · Wikimedia Commons

Orsetti in divisa, occhioni lucidi, guance rosa. Chi entra in sala aspettandosi una parodia innocua ha sbagliato film. Unicorn Wars di Alberto Vázquez, presentato in concorso ad Annecy il 16 giugno, è una delle opere più crudeli viste quest'anno in un festival d'animazione. È anche una delle più coerenti.

Il regista galiziano non è nuovo a questo cortocircuito fra il tenero e l'atroce. Il suo Birdboy: The Forgotten Children, codiretto con Pedro Rivero, raccontava già un mondo di animaletti devastati da droga e miseria. Il nuovo film, coprodotto fra Spagna e Francia da Abano Producións, Uniko, Autour de Minuit e Schmuby Productions, porta quella visione su scala epica. E cambia bersaglio. Qui si parla di guerra, di fanatismo religioso, di come si fabbrica un soldato.

Il campo d'addestramento

Da tempo immemorabile gli orsi combattono contro gli unicorni che vivono nel bosco magico. Le Sacre Scritture degli orsi promettono che chi berrà il sangue dell'ultimo unicorno porrà fine alla guerra, e nel frattempo le reclute si addestrano in una caserma che sembra uscita da un film di Kubrick rifatto con i peluche. Fra di loro ci sono due fratelli, Azulín e Gordi. Azulín è ambizioso, rabbioso, convinto di essere destinato a grandi cose. Gordi è più morbido, più goffo, più amato. Fra i due c'è un rancore antico che riguarda la madre, e il film lo scopre un poco alla volta attraverso i ricordi.

Quando il plotone viene mandato nel bosco per una missione di ricognizione, tutto va a rotoli. Lucciole allucinogene, imboscate, cadaveri. Il riferimento ad Apocalypse Now è evidente, e Vázquez non lo nasconde. Ma anche Bambi, con il suo bosco luminoso abitato da creature innocenti, è un modello rovesciato.

Il colore come trappola

L'animazione è in 2D digitale, con personaggi dai contorni morbidi e tinte pastello che rimandano all'illustrazione per l'infanzia. I fondali del bosco sono invece pittorici, pieni di verdi acidi, rosa fluorescenti, viola notturni. Più la storia si fa violenta, più i colori sembrano accesi, e il contrasto diventa il metodo stesso del film. Il sangue degli orsetti è rosso vivo, i corpi vengono squartati con la stessa linea pulita con cui all'inizio venivano accarezzati.

Vázquez lavora anche sulle proporzioni. Gli orsi hanno teste enormi e corpi minuscoli, sono pensati per essere coccolati. Gli unicorni invece sono slanciati, eleganti, inquietanti, con un portamento quasi divino. Nessuno dei due campi è davvero innocente. La guerra è descritta come un meccanismo che si alimenta da solo, e ogni personaggio vi entra con le proprie ferite private.

Il commento musicale di Joseba Beristain, con il coro dell'Orfeón Donostiarra in alcuni brani, aggiunge una solennità che a tratti sfiora il grottesco, ed è giusto così. Il film non cerca mai un tono medio.

Troppa rabbia per un solo film?

Il limite è l'accumulo. La seconda metà moltiplica le atrocità e le svolte, e la satira, così feroce all'inizio, perde un po' di precisione. Alcuni personaggi, come la recluta modello Coco o il sergente istruttore, restano funzioni del discorso più che figure vive. E l'insistenza sulla crudeltà rischia di anestetizzare lo spettatore, ottenendo l'effetto opposto a quello cercato.

Il rapporto fra i due fratelli tiene però insieme tutto. La gelosia di Azulín, il suo bisogno disperato di essere riconosciuto, è l'innesco di una tragedia che riguarda tutti, e Vázquez ha il coraggio di seguirla fino in fondo. Unicorn Wars non è un film per famiglie, va detto chiaramente a chi organizzerà le proiezioni. È un film adulto che usa le forme dell'infanzia per parlare di ciò che si insegna ai bambini, cioè a odiare.

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