Les Hirondelles de Kaboul, Kabul sotto i talebani dipinta ad acquerello
Presentato a Cannes in Un Certain Regard, l'adattamento del romanzo di Yasmina Khadra racconta Kabul sotto i talebani con un acquerello luminoso e quattro personaggi chiusi in una città senza vie d'uscita.

Ci sono film d'animazione che si potrebbero rifare dal vero cambiando poco. Les Hirondelles de Kaboul no. Il primo lungometraggio animato di Zabou Breitman, attrice e regista di cinema dal vero, firmato insieme all'animatrice Éléa Gobbé-Mévellec, ha trovato nel disegno l'unico modo per guardare una storia che dal vero sarebbe stata quasi insostenibile. E lo ha fatto con lo strumento più delicato possibile, l'acquerello.
Il film, visto a Cannes il 16 maggio nella sezione Un Certain Regard, adatta il romanzo che Yasmina Khadra pubblicò nel 2002. Siamo a Kabul nell'estate del 1998, con i talebani al potere da un paio d'anni. Le scuole femminili sono chiuse, la musica è vietata, le esecuzioni pubbliche si tengono nello stadio e per le strade. Due coppie, che all'inizio nulla lega, finiscono per incrociarsi.
Due case, una città
La prima è giovane. Mohsen e Zunaira hanno studiato, si amano, ricordano una città diversa e non riescono ad adattarsi alla nuova. Lei soffoca fra le pareti di casa, lui gira per le strade senza sapere cosa fare delle giornate. Un giorno Mohsen si lascia trascinare dalla folla in una lapidazione, e quel gesto incrina tutto.
La seconda coppia è più vecchia. Atiq, ex combattente della guerra contro i sovietici, fa il carceriere in una prigione femminile e torna ogni sera da Mussarat, la moglie, gravemente malata. Il loro è un matrimonio stanco ma ancora tenero, e Atiq è un uomo che esegue gli ordini del regime senza crederci fino in fondo. Quando una condannata a morte arriva nella sua prigione, quella fedeltà comincia a cedere.
Non conviene raccontare oltre. Basti dire che il film mette insieme le due storie con una logica quasi teatrale, pochi ambienti e pochi personaggi, e che la sua forza sta più nei volti che negli eventi.
Acquerello e voci
Il segno di Gobbé-Mévellec lascia molto bianco. I contorni sono sottili, spesso interrotti, e il colore si stende in velature che fanno filtrare la luce del sole sui muri di terra cruda e sulle stoffe. I burqa azzurri, che in tanta iconografia diventano una macchia indistinta, qui hanno pieghe, trasparenze, ombre diverse a seconda dell'ora. È una scelta che rifiuta l'estetica della guerra e restituisce dignità a una città ridotta in macerie.
Breitman ha diretto prima gli attori e registrato le voci, lasciando agli animatori il compito di costruire i personaggi su quelle interpretazioni. Si sente. Simon Abkarian dà ad Atiq una ruvidità stanca, Hiam Abbass fa di Mussarat il personaggio più forte del film con pochissime battute, Zita Hanrot e Swann Arlaud rendono credibili le schermaglie di una giovane coppia che si sgretola. La recitazione è misurata, mai enfatica, e i corpi disegnati ne seguono il ritmo con una precisione che in un film d'animazione europeo non è scontata. Le musiche di Alexis Rault restano discrete.
Il rischio della compostezza
Il limite del film è forse la sua stessa eleganza. La violenza c'è, ma è filtrata, a volte fuori campo, a volte composta come un quadro. La lapidazione iniziale colpisce proprio per questo contrasto. Più avanti, però, la bellezza delle tavole tende a smussare l'orrore, e alcune svolte del finale, già molto costruite nel romanzo, appaiono sulla pagina disegnata più simboliche che necessarie.
Restano novanta minuti scarsi di cinema adulto, fatto con coraggio e senza retorica, in un anno in cui l'animazione francese continua a dimostrare di poter affrontare la Storia senza abbassare lo sguardo. A Cannes non è passato inosservato. In sala, quando arriverà, meriterà un pubblico che vada oltre quello dell'animazione.


