La Plus Précieuse des marchandises, Hazanavicius racconta la Shoah come una fiaba
In concorso a Cannes, il primo film d'animazione di Michel Hazanavicius adatta il racconto di Jean-Claude Grumberg. Disegni dello stesso regista, la voce di Jean-Louis Trintignant e una scelta di pudore che quasi sempre funziona.

Sedici anni. Tanto era passato dall'ultima volta che un film d'animazione aveva gareggiato per la Palma d'oro, era Valzer con Bashir di Ari Folman. Quest'anno è toccato a La Plus Précieuse des marchandises di Michel Hazanavicius, proiettato in concorso a Cannes il 24 maggio. Un film che non ha nulla da spartire con l'immagine abituale del regista di The Artist e di OSS 117, e che conferma quanto l'animazione sappia affrontare la storia più dura senza perdere misura.
C'era una volta, in una foresta
Il soggetto viene dal racconto di Jean-Claude Grumberg pubblicato nel 2019, che lo scrittore ha adattato insieme al regista. Comincia come una fiaba, e la voce che la racconta è quella di Jean-Louis Trintignant, registrata prima della sua morte nel 2022. In una foresta della Polonia vivono un povero taglialegna e sua moglie. Non hanno figli. Ogni giorno la donna guarda passare i treni merci sulla linea che attraversa il bosco, senza sapere dove vadano. Un giorno, da uno di quei convogli, un uomo getta nella neve un fagotto. Dentro c'è una neonata.
La moglie del taglialegna la raccoglie e decide di tenerla, contro la volontà del marito, che all'inizio vede nella bambina soltanto un pericolo. Il resto del film racconta come quella decisione cambi la coppia e chi le sta intorno, compreso un reduce della Grande guerra con il volto sfigurato, l'unico che accetta di aiutarli. Parallelamente seguiamo il padre, deportato verso il campo.
Grumberg e Hazanavicius tengono la Shoah sullo sfondo. Il centro del racconto sono le persone comuni che scelgono di salvare una vita, quelli che più tardi verranno chiamati Giusti tra le nazioni. È una scelta di prospettiva che rende il film accessibile anche a un pubblico giovane, pur senza nascondere nulla.
Disegni da stampa antica
Hazanavicius disegna da quando era ragazzo, ma non aveva mai mostrato i suoi lavori. Qui firma la bibbia grafica e il design dei personaggi, e la sua mano si riconosce in volti spigolosi, segnati, lontani dalla rotondità del cartone classico. I riferimenti dichiarati sono la stampa giapponese e il lavoro di Henri Rivière, l'incisore francese che all'ukiyo-e aveva guardato da vicino. Ne viene fuori un'animazione tradizionale dai colori spenti, con boschi innevati che sembrano xilografie e figure solide, ritagliate contro il paesaggio. Per arrivarci sono serviti quattro anni di lavoro, preceduti da un breve girato con attori usato come riferimento per il montaggio.
La forza visiva del film sta però nelle sequenze del campo. Hazanavicius rinuncia al movimento proprio lì: l'animazione si ferma, le immagini diventano fisse, i volti dei prigionieri si irrigidiscono in maschere. È il gesto di pudore più riuscito del film, e anche il più doloroso. Il cinema d'animazione mostra l'orrore togliendo il movimento, cioè la vita.
Una fiaba che rischia l'enfasi
Le voci sono all'altezza. Grégory Gadebois dà al taglialegna una ruvidezza che si scioglie lentamente, Dominique Blanc è una moglie ostinata e luminosa, Denis Podalydès presta all'uomo dal volto sfigurato una dolcezza malinconica. Trintignant, con il suo timbro affaticato, accompagna tutto con una gravità che da sola vale molto.
Meno convincente la colonna sonora di Alexandre Desplat, elegante ma insistente, che in alcuni passaggi sottolinea quello che le immagini dicono già. È il limite principale di un film che altrimenti sa trattenersi. Anche l'ultima parte, che non anticipiamo, cerca una commozione esplicita che stona un poco con la sobrietà di quanto la precede.
Restano ottanta minuti di cinema serio e meditato, che portano l'animazione d'autore europea nel cuore del concorso più osservato del mondo. Hazanavicius dimostra di aver capito una cosa essenziale del mezzo. Con pochi tratti e una luce fredda sulla neve, si possono raccontare cose che con un attore in carne e ossa sarebbero state quasi impossibili da guardare.


