La Jeune Fille sans mains, Sébastien Laudenbach anima i Grimm da solo e a pennello

Presentato a Cannes nella sezione ACID, il primo lungometraggio di Laudenbach è una fiaba crudele disegnata da un solo uomo, senza prove di animazione. Un film che respira come un quaderno di schizzi.

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Immagine: Harald Krichel · CC BY-SA 4.0 · Wikimedia Commons

Un uomo solo, un pennello, qualche migliaio di fogli. Il primo lungometraggio di Sébastien Laudenbach, visto a Cannes nella programmazione dell'ACID, è prima di tutto il risultato di una scommessa produttiva quasi folle. Il regista ha scritto, animato e montato da sé La Jeune Fille sans mains, dipingendo direttamente su carta e inventando le inquadrature una dopo l'altra, senza passare per le prove di animazione che qualsiasi studio considera indispensabili.

La storia del progetto spiega molto. Laudenbach ci lavorava dal 2001 partendo da una pièce di Olivier Py, in una versione più tradizionale, con un budget di alcuni milioni di euro che non si è mai trovato. Nel 2008 tutto si è fermato. Anni dopo, durante una residenza a Villa Medici a Roma, ha ricominciato da capo, tornando direttamente alla fonte, la fiaba dei fratelli Grimm, e rinunciando a quasi tutto quello che un lungometraggio animato di solito richiede.

Una fiaba senza addolcimenti

Un mugnaio povero stringe un patto con il diavolo. In cambio della ricchezza cederà ciò che si trova dietro al mulino, e dietro al mulino c'è sua figlia. La ragazza è troppo pura perché il diavolo possa prenderla, così il padre, per obbedire, le taglia le mani. Lei se ne va, sopravvive nei boschi, viene accolta nel castello di un principe che la sposa e le regala mani d'oro. Mentre lui è in guerra, il diavolo falsifica i messaggi e la costringe di nuovo alla fuga, questa volta con un figlio in braccio.

Laudenbach non ammorbidisce nulla. La mutilazione, la fame, il corpo della protagonista che cambia, il parto, sono raccontati con una franchezza rara anche nell'animazione per adulti. Ma il film non è mai compiaciuto. La crudeltà passa attraverso un segno così rapido e lieve che arriva allo spettatore come un ricordo, più che come uno spettacolo.

Il disegno che non si chiude

Lo stile è la vera ragione per vedere il film. I personaggi sono macchie di colore e linee spezzate, che spesso si interrompono e lasciano vuoto il foglio. Una figura può essere ridotta a un contorno incompleto e a una campitura che non coincide con esso, eppure resta leggibile. Gli alberi sono pennellate verticali, l'acqua è una velatura azzurra. Questo metodo, che qualcuno chiamerebbe incompiuto, produce un'animazione viva, piena di vibrazioni, in cui ogni disegno sembra appena uscito dalla mano.

C'è una parentela evidente con il cinema di Florence Miailhe o con certe prove della scuola di Zagabria, ma Laudenbach lavora con una velocità tutta sua. Il risultato fa pensare a un taccuino illustrato che si sfoglia da solo.

Le voci aiutano molto. Anaïs Demoustier dà alla ragazza una fermezza che non scivola mai nel lamento, Jérémie Elkaïm è un principe gentile e un po' inerme, Philippe Laudenbach, padre del regista, presta al diavolo una cadenza da vecchio commediante. La musica di Olivier Mellano, sobria e insistente, lega le scene.

Qualche lungaggine

Settantasei minuti sono pochi, eppure la parte centrale, quella nel castello, rallenta. Il racconto procede per stazioni e il disegno, sempre bello, a tratti si ripete. Chi non ha familiarità con l'animazione d'autore potrebbe trovare faticosa l'astrazione di certe sequenze.

Sono riserve marginali. La Jeune Fille sans mains dimostra che un lungometraggio animato può nascere anche al di fuori della catena industriale, con mezzi minimi e una grande disciplina di sguardo. Il film sarà in concorso ad Annecy a giugno e uscirà nelle sale francesi a dicembre. È uno dei debutti più personali che l'animazione europea abbia offerto negli ultimi anni.

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