Kill It and Leave This Town, quattordici anni di disegni per dire addio ai propri morti

Unico film d'animazione nel concorso Encounters della Berlinale, l'esordio di Mariusz Wilczyński è un lungometraggio disegnato a mano su carta da quaderno, cupo e personalissimo, che chiede molto e restituisce molto.

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Immagine: Martin Kraft · CC BY-SA 4.0 · Wikimedia Commons

Mariusz Wilczyński ha impiegato quattordici anni per finire il suo primo lungometraggio. Era partito con l'idea di un cortometraggio, poi le persone a cui voleva dedicarlo, a cominciare dai suoi familiari, hanno cominciato a morire, e il film è cresciuto insieme al lutto. Zabij to i wyjedź z tego miasta è stato presentato il 22 febbraio alla Berlinale, nella nuova sezione competitiva Encounters, dove era l'unico titolo d'animazione e l'unico film polacco del festival. Non assomiglia a niente di quello che si vede di solito in sala.

Una città di fumo e di carta

Il protagonista, alter ego del regista, fugge dal dolore e si rifugia in un mondo fatto di ricordi, dove il tempo si è fermato e tutte le persone che ha amato sono ancora vive. Questo luogo ha l'aspetto di una città industriale polacca, con ciminiere, fabbriche, fumo, strade sporche, inverni lunghi. Chi conosce Łódź, dove Wilczyński è cresciuto, ne riconoscerà l'atmosfera, anche se il film non ha nessuna ambizione documentaria. È una città mentale, fatta di frammenti.

Il racconto procede per episodi, legati fra loro da associazioni più che da una trama. Una madre anziana in ospedale, trattata con impazienza dal figlio, muore prima che lui possa mostrarle il proprio lavoro. Un bambino, Janek, va al mare con il padre mentre la madre resta a casa e, non ricevendo notizie, telefona disperata alla stazione. Ci sono barche giocattolo nella vasca da bagno, uccelli enormi dal becco insanguinato che tengono gli uomini come animali domestici. Molte scene sono comiche, alcune crudeli, quasi tutte malinconiche.

Il segno come ferita

Visivamente il film è un pugno. Wilczyński disegna a mano con un tratto nervoso, sporco, che pare uscito da un taccuino di appunti, spesso su fogli a righe. Il bianco e nero domina, interrotto da rari colori, soprattutto il rosso del sangue. Le figure si deformano, si cancellano, si ridisegnano davanti ai nostri occhi. L'animazione rinuncia volutamente alla fluidità: i personaggi si muovono a scatti, con pochi disegni, e la sensazione è di assistere a un ricordo che si sta formando, o disfacendo.

Per lo spettatore abituato all'animazione industriale l'impatto è violento, e lo è anche per chi frequenta i festival. Il disegno chiede uno sforzo continuo, e per lunghi tratti non è facile capire chi stia parlando e dove ci troviamo.

Un coro di voci illustri

Il sonoro bilancia la ruvidità delle immagini. Le voci appartengono ad alcuni dei nomi più importanti del cinema e del teatro polacco: Krystyna Janda, Andrzej Chyra, Barbara Krafftówna, Maja Ostaszewska, e insieme a loro figure che nel frattempo sono scomparse, come Gustaw Holoubek e Andrzej Wajda, registrate negli anni lunghissimi della lavorazione. Ascoltarle oggi ha qualcosa di spettrale, perfettamente coerente con il tema del film. La musica è di Tadeusz Nalepa, leggenda del blues polacco e amico del regista, e le sue chitarre elettriche entrano a tratti come scosse.

La produzione porta la firma di Ewa Puszczyńska, la stessa di Ida e di Cold War, insieme ad Agnieszka Ścibior. Non è un dettaglio. Un progetto così personale e così poco commerciale ha avuto bisogno di qualcuno disposto a sostenerlo per anni.

Quanto chiede, quanto dà

Non tutto regge per l'intera durata. La struttura per episodi, nata forse dall'origine breve del progetto, a lungo andare si ripete, e nella parte centrale alcune sequenze sembrano allungate oltre il necessario. Il film non costruisce una progressione drammatica, e chi cerca un arco narrativo ne uscirà frustrato.

Eppure è uno dei pochi film d'animazione degli ultimi anni in cui ogni immagine sembra necessaria a chi l'ha fatta. Wilczyński non cerca di piacere, non spiega, non consola. Mette in fila i suoi morti e li fa parlare ancora una volta, con la goffaggine e la tenerezza delle cose vere. Difficile immaginarlo nelle sale italiane. Sarebbe un peccato se restasse un oggetto da festival.

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