Castlevania su Netflix, quattro episodi di sangue che sembrano un lungo prologo

Scritta da Warren Ellis e animata da Powerhouse Animation di Austin, la serie tratta dal videogioco Konami debutta con una prima stagione breve, cupa e sorprendentemente adulta.

Warren Ellis (4839947367)
Immagine: Gage Skidmore from Peoria, AZ, United States of America · CC BY-SA 2.0 · Wikimedia Commons

Gli adattamenti animati dei videogiochi hanno una pessima reputazione, spesso meritata. Per questo la prima stagione di Castlevania, arrivata su Netflix il 7 luglio, coglie di sorpresa: è scritta bene, ha un'identità visiva precisa e non si vergogna di essere violenta e parlata quanto serve. Il problema, se di problema si tratta, è un altro. Dura quattro episodi, poco più di un'ora e mezza in tutto, e quando arrivano i titoli di coda dell'ultimo la storia è appena cominciata.

Netflix lo sa bene, tanto che lo stesso giorno dell'uscita ha annunciato una seconda stagione di otto episodi. Ma questa recensione deve fare i conti con ciò che c'è adesso, e ciò che c'è adesso è un ottimo primo atto.

Dracula ha un motivo

Il punto di partenza è Castlevania III: Dracula's Curse, il capitolo del 1989 per NES. La sceneggiatura di Warren Ellis, autore di fumetti con un lungo curriculum tra Marvel e produzioni indipendenti, aggiunge però un prologo che cambia il senso di tutto. Una giovane donna, Lisa, bussa alla porta del castello di Dracula per chiedergli di insegnarle la scienza. Diventa sua moglie. Anni dopo, la Chiesa la brucia sul rogo con l'accusa di stregoneria, e il vampiro, che stava provando a vivere da uomo, concede alla Valacchia un anno di tempo prima di scatenare il suo esercito di demoni.

È una scelta che dà spessore al cattivo e sposta il bersaglio della serie. Il vero nemico, almeno in questi episodi, è un clero fanatico e corrotto, raccontato con un sarcasmo che non risparmia niente. Ellis scrive dialoghi taglienti, a volte volgari, e lascia ai personaggi lo spazio per lunghe conversazioni che in un'animazione d'azione sono quasi una rarità.

Il protagonista è Trevor Belmont, ultimo erede di una famiglia di cacciatori di mostri caduta in disgrazia, a cui Richard Armitage presta una voce stanca e ironica. Lo seguiamo dalla taverna dove si ubriaca fino alla città di Gresit, dove trova i Parlatori, una comunità di studiosi nomadi, e la giovane maga Sypha Belnades. Nel finale fa la sua comparsa Alucard, il figlio di Dracula, con la voce di James Callis. Graham McTavish dà corpo a un Dracula solenne e ferito.

Il texano che disegna come un giapponese

A realizzare l'animazione è Powerhouse Animation, studio di Austin fondato nel 2001 e noto finora per pubblicità, filmati di videogiochi e strisce animate come quelle di Dilbert. La produzione coinvolge anche Frederator Studios e il produttore Adi Shankar, mentre la regia di tutti gli episodi è firmata da Sam Deats.

Lo stile guarda apertamente all'animazione giapponese per adulti, quella dei film di vampiri e cacciatori degli anni Ottanta e Novanta. Personaggi longilinei, volti spigolosi, ombre nette, un uso del rosso che nei momenti di violenza diventa quasi astratto. I fondali dipinti, soprattutto quelli delle città e delle chiese, hanno una ricchezza notevole, e alcune inquadrature del castello sembrano illustrazioni da libro gotico.

L'animazione vera e propria è più discontinua. Nei combattimenti, coreografati con un buon senso del ritmo, la frusta di Trevor schiocca con una fisicità convincente. Nelle scene di dialogo, invece, si ricorre spesso a pose fisse e movimenti limitati, un'economia che si nota. Non è un difetto grave, ma fa capire che il budget era stato pensato per una stagione breve.

Troppo poco per giudicare

E qui torniamo al limite principale. Quattro episodi bastano a presentare il mondo, i personaggi e il conflitto, non a svilupparli. Il primo, dedicato a Lisa e Dracula, è il più compiuto e potrebbe quasi vivere da solo. Gli altri tre seguono Trevor in un'unica avventura che si chiude proprio quando il gruppo dei protagonisti si forma. È come se Netflix avesse distribuito il primo terzo di un film.

Resta un debutto che promette molto. Castlevania dimostra che un videogioco può diventare animazione seria senza perdere il gusto del genere, e che una produzione americana può confrontarsi con l'estetica dell'anime senza scimmiottarla. Ora serve il resto della storia.

castlevanianetflixpowerhouse animationwarren ellisadattamenti da videogiochi

Leggi anche

Ogni venerdì nella tua casella

L’animazione 2D, una lettera alla volta