Genius Loci, la notte di Reine e una città che prova a parlarle
Premiato alla Berlinale con l'Audi Short Film Award, il corto di Adrien Mérigeau segue una giovane donna smarrita nel caos urbano e trasforma la percezione in disegno.

Che cosa vede una persona quando la città le sembra troppo? Genius Loci prova a rispondere senza spiegazioni, mettendo lo spettatore direttamente negli occhi di Reine, una ragazza solitaria che una notte attraversa le strade di una metropoli e vi scorge, sotto il disordine, una specie di unità misteriosa, qualcosa di vivo che sembra volerla guidare. Il titolo latino indica lo spirito protettore di un luogo. Qui il luogo è un intreccio di lampioni, palazzi, rifiuti e linee d'orizzonte, e lo spirito resta sfuggente fino all'ultimo.
Il cortometraggio di Adrien Mérigeau, sedici minuti prodotti da Kazak Productions a Parigi e da Folimage a Valence, è passato nella sezione Berlinale Shorts del festival di Berlino, che si è chiuso pochi giorni fa. La giuria internazionale dei cortometraggi gli ha assegnato l'Audi Short Film Award. È un riconoscimento meritato per un film che non somiglia quasi a niente di quanto si sia visto quest'anno nei festival.
Dall'Irlanda a Valence
Mérigeau ha un curriculum che spiega molto. Formato in Francia, è stato a lungo a Cartoon Saloon, dove ha supervisionato i fondali di The Secret of Kells ed è stato direttore artistico di Song of the Sea. Per lo studio irlandese aveva anche diretto un corto, Old Fangs. Poi è tornato in Francia, e Genius Loci è il suo secondo film da regista. Chi ricorda gli acquerelli di Song of the Sea troverà qui un'altra cosa: la sensibilità pittorica è la stessa, ma il disegno si è liberato di qualsiasi ordine decorativo.
La sceneggiatura è firmata dallo stesso Mérigeau con Nicolas Pleskof. Nadia Moussa dà voce a Reine, che parla poco, con frasi brevi, spesso rivolte a nessuno.
Un disegno che cambia stato
La forza del film sta nel modo in cui l'immagine cambia natura seguendo lo stato d'animo della protagonista. Ci sono momenti di realismo quasi documentario, una strada, una finestra illuminata, una conversazione in casa; poi, senza preavviso, le forme si sfaldano in macchie di colore, i contorni si spezzano, il paesaggio urbano diventa un campo di segni astratti che pulsano. Mérigeau alterna pennellate larghe e tratti nervosi, campiture piatte e grovigli di linee, e non cerca mai di uniformare.
L'effetto è vicino a quello di certa pittura del Novecento più che all'animazione narrativa. Viene in mente l'idea di un quadro che si muove, ma il paragone è riduttivo, perché qui il movimento conta più di ogni singola immagine. È nella transizione tra una forma e l'altra che il film trova il suo significato. Reine non sa bene cosa le stia succedendo, e nemmeno noi. La città le parla in un linguaggio che lei intuisce senza decifrarlo, e il disegno lo traduce in vibrazioni, accostamenti, rime visive.
Una sfida per lo spettatore
Va detto con onestà che Genius Loci non è un film facile. Chi cerca una trama riconoscibile resterà spiazzato già dopo pochi minuti, e alcune sequenze astratte durano più di quanto la loro densità giustifichi. Non sempre si capisce se un certo passaggio sia un ricordo, una visione o semplicemente il modo in cui Reine percepisce la strada sotto casa. È una scelta voluta, ma a tratti la sensazione di smarrimento rischia di diventare distanza.
Eppure è proprio questa disponibilità a rischiare a rendere il film prezioso. Mérigeau prende sul serio l'idea che l'animazione possa raccontare uno stato mentale dall'interno, senza tradurlo in simboli rassicuranti, e lo fa con una tecnica disegnata che si rinnova di continuo. Nel panorama del cortometraggio europeo, dove la cura formale spesso si accompagna a storie molto lineari, Genius Loci va nella direzione opposta. Merita di essere visto, possibilmente su uno schermo grande e senza distrazioni.


