Funan, Denis Do e la memoria di una madre nella Cambogia dei Khmer rossi
Il Cristal di Annecy 2018 è un esordio che racconta la deportazione di Phnom Penh attraverso una donna separata dal figlio. Animazione sobria, quasi trattenuta, al servizio di un racconto durissimo.

Si può raccontare un genocidio con il disegno animato senza trasformarlo in spettacolo e senza addolcirlo? Il cinema d'animazione ci prova da tempo, da Valzer con Bashir a Persepolis, e ogni film trova una risposta diversa. Quella di Denis Do, al suo primo lungometraggio, è la sottrazione. Funan mostra pochissimo e lascia che sia lo spettatore a riempire i vuoti, e il risultato pesa addosso per giorni.
Il film è stato presentato in anteprima mondiale al festival di Annecy l'11 giugno e sabato scorso ha vinto il Cristal per il lungometraggio, battendo in concorso titoli come Mirai di Mamoru Hosoda e The Breadwinner di Nora Twomey. È una coproduzione tra Francia, Belgio e Lussemburgo, con Les Films d'Ici e la belga Lunanime fra i produttori, e la sceneggiatura è firmata da Do con Magali Pouzol. Do, francese di origine cambogiana, ha costruito il personaggio della protagonista sui ricordi della propria madre.
Aprile 1975
Il racconto comincia quando i Khmer rossi entrano a Phnom Penh e ordinano lo svuotamento della città. Chou, una giovane madre, si mette in marcia con la famiglia in una colonna di migliaia di persone spinte verso le campagne. Durante il tragitto il figlio piccolo, Sovanh, viene separato da lei. Il film segue gli anni successivi, i campi di lavoro collettivo, la fame, la disciplina assurda dell'Angkar, il continuo spostamento da un villaggio all'altro, e il tentativo ostinato di Chou e del marito di sapere dove sia finito il bambino.
La storia arriva fino alla guerra con il Vietnam e alla fuga verso il confine thailandese. Do non racconta la storia della Cambogia in senso didattico, non ci sono cartelli esplicativi, date in sovrimpressione o voci fuori campo che spieghino il contesto. Tutto passa attraverso la famiglia di Chou e le persone che incontra, comprese alcune guardie del regime che il film rifiuta di ridurre a semplici mostri.
Il disegno che si trattiene
Lo stile visivo di Funan è pulito, quasi elegante. Le figure hanno contorni netti e colori pieni, i paesaggi della campagna cambogiana sono ampi e luminosi, con risaie verdissime e cieli tersi. La lavorazione è in digitale 2D, con qualche elemento in 3D per oggetti e fondali, integrato con discrezione. Il contrasto fra la bellezza dei luoghi e quello che vi accade è la chiave estetica del film.
La violenza resta quasi sempre fuori campo o lontana, in campo lunghissimo. Una figura che cade all'orizzonte, un rumore, una porta che si chiude. Do sa che il disegno, mostrando troppo, rischierebbe la stilizzazione o il compiacimento, e preferisce lavorare sull'attesa e sulle reazioni dei personaggi. Quando, raramente, la macchina da presa si avvicina, l'effetto è devastante.
Le voci della versione originale sono di Bérénice Bejo e Louis Garrel, entrambi misurati, e la musica di Thibault Kientz Agyeman accompagna con discrezione.
Qualche esitazione
Il film non è perfetto. L'animazione dei personaggi è a volte rigida, soprattutto nei movimenti di gruppo, e si avverte il budget limitato di un'opera prima europea. La parte centrale, con i continui trasferimenti fra campi diversi, rischia la ripetizione, e alcuni personaggi secondari non hanno abbastanza spazio per restare impressi. Chi non conosce la storia cambogiana potrebbe faticare a orientarsi nelle fasi del regime.
Sono limiti che il film compensa con la sua onestà. Funan non cerca la commozione facile, non costruisce eroi, non offre una consolazione finale troppo comoda. È il ritratto di una madre che resiste dentro una macchina disumana, disegnato da un figlio che ha deciso di ascoltarne la storia. Il Cristal di Annecy gli dà la visibilità che merita: adesso il film deve trovare la strada delle sale, ed è giusto che la trovi anche fuori dalla Francia.


