Flee, il documentario animato di Jonas Poher Rasmussen sulla fuga di Amin

Gran premio della giuria per i documentari internazionali al Sundance, Flee racconta in animazione la fuga di un ragazzo afghano verso la Danimarca. Il disegno protegge il testimone e insieme lo rivela.

Millennium Docs Against Gravity - Jonas Poher Rasmussen
Immagine: Tomasz Molina · CC BY-SA 4.0 · Wikimedia Commons

Un uomo disteso, gli occhi chiusi, e una voce fuori campo che gli chiede di raccontare dall'inizio. Da qui parte Flee, il film di Jonas Poher Rasmussen che ha appena vinto il gran premio della giuria nella sezione documentari internazionali del Sundance, quest'anno in edizione online. È un documentario, ed è quasi interamente disegnato.

Le ragioni sono pratiche prima che estetiche. L'uomo sul tappeto si chiama Amin Nawabi, ma non è il suo vero nome. Rasmussen lo conosce dai tempi del liceo e per anni non ha saputo per intero come quel ragazzo arrivato da solo dall'Afghanistan fosse finito in Danimarca. Amin oggi è un ricercatore universitario, valuta un incarico negli Stati Uniti, vuole sposare il compagno Kasper, e la sua storia, se raccontata a volto scoperto, potrebbe ancora creargli problemi. L'animazione diventa allora la maschera che permette di parlare.

Kabul, la Russia e il Baltico

La prima parte è la più luminosa. Kabul negli anni Ottanta è una città di aquiloni, di sorelle che ballano, di un bambino che balla per casa con le cuffie nelle orecchie. Ma il padre viene arrestato e non torna, il fratello maggiore scappa dalla leva, e dopo il ritiro sovietico la famiglia fugge in Russia prima che i mujaheddin prendano la città. Lì comincia una lunga attesa senza diritti, fatta di poliziotti corrotti e appartamenti chiusi, fino ai tentativi di raggiungere la Scandinavia attraverso i trafficanti. Una traversata nel Baltico, con la barca che resta alla deriva per giorni, è la sequenza più dura del film.

Rasmussen alterna questi ricordi al presente, alle sedute in cui Amin parla e si interrompe, alle giornate con Kasper mentre cercano una casa. Il racconto non procede in linea retta. Torna indietro, si ferma su dettagli in apparenza minori, rivela a poco a poco la menzogna che Amin ha dovuto sostenere per anni, quella di essere un orfano senza più famiglia, per non rischiare di essere rimandato indietro. Il montaggio rispetta i tempi di una memoria che si apre a fatica, e questa onestà è la qualità migliore del film.

Tre registri di immagine

Dal punto di vista visivo Flee lavora su più livelli. Il presente e i ricordi chiari sono resi in un'animazione 2D sobria, quasi da graphic novel, con personaggi dal tratto pulito, colori pieni e un'espressività contenuta. La recitazione dei corpi è asciutta: niente pose da cartone animato, niente iperboli. Quando il ricordo si fa traumatico o confuso, il disegno cambia. Le figure diventano schizzi a carboncino, linee nere che tremano su fondi vuoti, silhouette che quasi si dissolvono. È una soluzione semplice, applicata con misura, e funziona proprio perché non viene spiegata.

Il terzo registro è il materiale d'archivio. Telegiornali, immagini di Kabul, la caduta dell'Unione Sovietica, filmati di barconi e centri di detenzione. Inseriti nel tessuto animato, servono a ricordare che il racconto di Amin appartiene a una storia collettiva. Il rischio di un effetto didascalico c'è, e in un paio di passaggi l'archivio sembra più un promemoria per lo spettatore distratto che una necessità del racconto. Ma il contrasto fra la pellicola sgranata e il disegno rende ancora più evidente quanto la memoria personale sia una ricostruzione.

Un documentario che non finge di essere neutrale

Il paragone che viene subito in mente è Valzer con Bashir di Ari Folman, altro documentario animato costruito sulla memoria. Flee è meno visionario e più intimo. Non cerca la potenza onirica, preferisce la conversazione. Rasmussen appare nel film come interlocutore, a volte insistente, e non nasconde il legame d'amicizia che lo unisce al protagonista. L'animazione, in questo contesto, non pretende di essere obiettiva. Mostra apertamente di essere una ricostruzione, e proprio per questo risulta credibile.

La produzione è danese, con partner in diversi paesi europei e negli Stati Uniti, e tra i produttori esecutivi compaiono Riz Ahmed e Nikolaj Coster-Waldau. La parte più riuscita però sta altrove, nella scena in cui Amin, ormai adulto, va a trovare i fratelli in Svezia e confessa di essere gay. Il fratello maggiore lo prende e lo porta in un locale gay di Stoccolma. Il disegno resta semplice, quasi neutro. È il momento in cui il film smette di parlare di fughe e parla di un ragazzo che, finalmente, ha smesso di scappare.

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