Tout en haut du monde, Rémi Chayé porta una ragazza di Pietroburgo fino al Polo

L'esordio di Rémi Chayé, premio del pubblico ad Annecy, è un'avventura artica disegnata senza contorni, a campiture piene. Una lezione di sintesi grafica.

HMS 'Erebus' passing through the chain of bergs, 1842 RMG BHC3654
Immagine: Richard Brydges Beechey · Public domain · Wikimedia Commons

Nel film di Rémi Chayé non c'è una sola linea di contorno. Le figure sono macchie di colore pieno accostate ad altre macchie di colore, e il bordo di un volto nasce soltanto dal contrasto con il cielo o con la neve alle sue spalle. Detta così sembra una curiosità da manuale. Sullo schermo, per ottanta minuti, diventa il modo più semplice e più efficace che si potesse trovare per raccontare il freddo.

Tout en haut du monde è uscito nelle sale francesi il 27 gennaio, distribuito da Diaphana, dopo un passaggio al festival di Annecy del 2015 dove si era preso il premio del pubblico. È una coproduzione franco-danese: Sacrebleu Productions e Maybe Movies da una parte, lo studio Nørlum dall'altra, con France 3 Cinéma. La sceneggiatura è firmata da Claire Paoletti e Patricia Valeix, con Fabrice de Costil.

Una nipote contro il disonore

Siamo a San Pietroburgo nel 1882. Sacha è una ragazza dell'aristocrazia, nipote dell'esploratore Oloukine, partito per il Polo Nord a bordo del rompighiaccio Davaï e mai più tornato. La nave è data per persa, il nome del nonno viene trascinato nel fango da chi a corte ha interesse a farlo, e la famiglia di Sacha rischia di pagarne il prezzo. Lei è convinta che le ricerche siano state fatte nel posto sbagliato. Nessuno la ascolta, così scappa di casa, arriva in un porto del nord e si imbarca sulla Norge del capitano Lund.

Il resto è un'avventura di mare e di ghiaccio, costruita con una linearità quasi classica. C'è la locanda di Olga, dove Sacha deve lavorare per pagarsi il passaggio e impara per la prima volta cosa vuol dire guadagnarsi il pane. C'è la nave, con un equipaggio che la accetta e poi, quando le provviste calano, comincia a guardarla come la causa di tutto. E c'è il ghiaccio, che a un certo punto smette di essere sfondo e diventa l'antagonista.

Il colore al posto della linea

Chayé aveva lavorato a The Secret of Kells di Tomm Moore e si vede che conosce bene la scuola europea che ragiona per superfici. Qui però la scelta va in un'altra direzione rispetto ai decori miniati del film irlandese. Le campiture piatte, la luce data da due o tre toni per volta, l'assenza di dettagli superflui avvicinano il film alla grafica dei manifesti di viaggio di inizio Novecento. È un'immagine che si legge da lontano.

Il vantaggio narrativo è evidente nella seconda metà. Quando la nave resta intrappolata e il paesaggio si riduce a bianco, azzurro e grigio, i personaggi diventano piccole sagome scure in mezzo al niente. Nessuna ombreggiatura sofisticata potrebbe rendere meglio il senso di esposizione. Nelle scene in interni, invece, il calore arriva dai rossi e dagli ocra delle lampade e dei legni, e il contrasto funziona come un termometro.

L'animazione dei personaggi è sobria, a volte persino rigida nei campi lunghi, e questa è la parte del film che convince meno. I volti, ridotti a pochi tratti, faticano a reggere le scene di dialogo più fitte, dove la regia sceglie il campo e controcampo e si sente la mancanza di un lavoro più fine sulle espressioni.

Un'eroina che sbaglia

Sacha, doppiata nella versione francese da Christa Théret, è il motivo per cui il film resta in testa. È ostinata, a tratti presuntuosa, prende decisioni avventate e ne paga le conseguenze. Il film non la premia per il solo fatto di avere ragione sul nonno. Le fa attraversare la fatica fisica, la fame, il rifiuto degli altri, e solo alla fine le concede qualcosa di simile a una vittoria. È un percorso di formazione onesto, senza scorciatoie magiche e senza spalle comiche inserite per alleggerire.

Anche la colonna sonora di Jonathan Morali segue questa misura, con temi semplici che lasciano spazio ai silenzi del ghiaccio.

Tout en haut du monde non rivoluziona il racconto d'avventura, e forse non lo vuole. Fa una cosa più rara: dimostra che un lungometraggio in 2D può reggersi su una grammatica visiva ridotta all'osso e guadagnarci in chiarezza. Per un esordio è un risultato notevole. Per chi segue l'animazione francese, è il nome di un regista da tenere d'occhio.

tout en haut du monderemi chayesacrebleu productionsanimazione franceseannecy

Leggi anche

Ogni venerdì nella tua casella

L’animazione 2D, una lettera alla volta