Calamity, Rémi Chayé racconta l'infanzia di Martha Jane Cannary senza contorni
Cristal del lungometraggio nell'edizione online di Annecy, il secondo film di Rémi Chayé segue una ragazzina del 1863 lungo la pista dell'Oregon. Un western per ragazzi che vive di colore puro.

Prima di diventare Calamity Jane, la donna che girava per il West in abiti da uomo e di cui si raccontava di tutto, Martha Jane Cannary era una ragazzina su un carro. Nessuno sa con precisione com'è andata la sua infanzia, e Rémi Chayé ne approfitta. Il suo secondo lungometraggio, Calamity, une enfance de Martha Jane Cannary, non pretende di essere una biografia. Inventa un'avventura plausibile e la usa per raccontare come una bambina diventa una persona libera.
Il film ha vinto il Cristal del lungometraggio al Festival di Annecy, che quest'anno, per la pandemia, si è svolto online. È un riconoscimento meritato e insieme un piccolo paradosso, perché pochi film dell'anno chiedono così tanto il grande schermo.
Sulla pista dell'Oregon
Siamo nel 1863. Martha Jane ha dodici anni e viaggia con la famiglia in un convoglio di carri diretto verso l'Oregon. Quando il padre si ferisce, tocca a lei badare ai fratelli e guidare il carro, ma le regole della carovana non prevedono che una ragazza impari a cavalcare o a usare la frusta. Abraham, il capo del convoglio, e suo figlio Ethan non perdono occasione per ricordarglielo. Martha si taglia i capelli, si mette i pantaloni e fa da sé.
Poi arriva Samson, un soldato che si offre di guidare il gruppo e sparisce con alcuni oggetti di valore. Accusata del furto, Martha lascia la carovana per inseguirlo e dimostrare la propria innocenza. Lungo la strada incontra un ragazzo, Jonas, un accampamento militare, una donna d'affari spiccia chiamata Madame Moustache, e un mondo di adulti che oscilla fra la diffidenza e la complicità.
La sceneggiatura, firmata da Chayé con Sandra Tosello e Fabrice de Costil, ha la struttura limpida dei romanzi d'avventura per ragazzi. Qualche passaggio è prevedibile, e i personaggi maschili ostili sono costruiti con poche sfumature. Ma la progressione di Martha, dalla rabbia all'autonomia, è scritta con cura, e la voce di Salomé Boulven le dà un'energia ruvida che evita la retorica dell'eroina.
Un western senza linee
Chi ha visto Tout en haut du monde, il film con cui Chayé esordì nel 2015 raccontando una spedizione al Polo Nord, riconoscerà subito lo stile. Il regista elimina i contorni. Personaggi, cavalli, rocce e nuvole sono fatti solo di superfici di colore piatto accostate fra loro, senza una linea nera a separarle. Le forme si definiscono per contrasto, e la luce cambia tutto: lo stesso paesaggio passa dall'ocra al viola al blu a seconda dell'ora.
Nelle grandi pianure americane la scelta si rivela ancora più efficace che fra i ghiacci del primo film. Le praterie diventano bande orizzontali di giallo e verde, le montagne grandi masse rosa, i cieli dei campi di colore che ricordano i manifesti ferroviari e la grafica degli anni Cinquanta. Il rischio, con un sistema così rigoroso, è la freddezza. Chayé lo evita grazie a un'animazione dei personaggi molto fisica, attenta al peso dei corpi, alla goffaggine di Martha in sella, alla fatica dei buoi che tirano.
Una bambina che non chiede il permesso
Le musiche di Florencia Di Concilio accompagnano il viaggio con temi semplici e ariosi, e la coproduzione franco-danese, con Maybe Movies e Nørlum in prima fila, ha la misura dei progetti europei ben costruiti: budget contenuto, idee precise, nessuna dispersione.
Il film parla di genere senza fare lezione. Martha non vuole diventare un ragazzo, vuole solo fare le cose che le servono per sopravvivere e per decidere da sé, e il racconto la segue con complicità senza trasformarla in un manifesto. È un western per ragazzi che anche gli adulti guarderanno volentieri, e la conferma che Chayé ha trovato una delle grammatiche visive più personali del cinema d'animazione europeo.


