Blind Vaysha, l'incisione digitale di Theodore Ushev sulla ragazza senza presente
Presentato alla Berlinale, il corto dell'ONF tratto da Georgi Gospodinov racconta una ragazza che vede solo passato e futuro. Un'opera ipnotica che imita la xilografia disegnando su tavoletta.

Un occhio guarda indietro, l'altro avanti. Vaysha nasce così, con lo sguardo sinistro che vede soltanto ciò che è stato e quello destro che vede soltanto ciò che sarà. Il presente le è precluso. Dove gli altri vedono un prato, lei vede insieme il terreno incolto di prima e il bosco di dopo; dove arriva un pretendente, vede un bambino e un vecchio. Il villaggio la chiama la cieca, e ha ragione solo a metà.
Theodore Ushev, regista bulgaro trapiantato a Montréal, ha portato Blind Vaysha alla Berlinale di quest'anno, dove il film ha avuto la sua prima mondiale il 15 febbraio. È una produzione del National Film Board of Canada con la partecipazione di ARTE France, e nasce da un racconto di Georgi Gospodinov, lo scrittore bulgaro che Ushev frequenta da tempo. La voce narrante è quella di Caroline Dhavernas.
Un'incisione che si muove
La prima cosa che colpisce è la superficie. Ogni fotogramma sembra stampato da una matrice di linoleum: tratti scavati, neri pieni, colori stesi a campiture piatte come nelle stampe popolari dell'Europa orientale. Ushev però non ha inciso nulla. Ha disegnato su tavoletta grafica, imponendosi di non usare mai il comando per annullare, per restituire la stessa irreversibilità del gesto con la sgorbia. Il risultato è un'animazione che conserva gli errori e li trasforma in vibrazione.
L'idea formale più forte riguarda lo schermo. Molte inquadrature sono divise in due, a sinistra il passato e a destra il futuro, ed è lo spettatore a dover ricomporre il presente che manca. Una casa compare a sinistra come cantiere e a destra come rovina. Il trucco è semplice, quasi didattico, ma Ushev lo varia con intelligenza: a volte le due metà si sovrappongono, altre si contendono la stessa figura, altre ancora si separano bruscamente come una ferita.
Fiaba e predica
C'è una differenza netta tra la prima e l'ultima parte. Finché resta fiaba, con i guaritori che falliscono, i genitori che si disperano, i pretendenti che fuggono, Blind Vaysha ha la crudeltà asciutta delle storie popolari. La soluzione proposta a Vaysha è terribile e perfettamente logica: per tornare a vedere il presente dovrebbe rinunciare a un occhio, ma quale? Scegliere il passato significa vivere di rimpianto, scegliere il futuro significa vivere di paura.
Il racconto non sceglie. A un certo punto la narratrice si rivolge direttamente a chi guarda, e il film cambia natura: la fiaba diventa apologo, e Vaysha diventa uno specchio per il pubblico. È un passaggio che divide. Ad alcuni sembrerà il cuore dell'opera, ad altri una morale esplicitata con troppa insistenza, in un film che fino a quel momento aveva saputo dire tutto con le immagini. Personalmente propendo per la seconda lettura, ma riconosco che la chiusa aperta, senza epilogo, ha una sua coerenza: anche lo spettatore resta sospeso tra quello che ha visto e quello che si aspetta.
Il lavoro di un artigiano ostinato
Ushev è uno degli autori più prolifici dell'ONF, e Blind Vaysha conferma una ricerca che negli ultimi anni lo ha portato a cambiare tecnica quasi a ogni film. Qui la scelta del finto linoleum lega la storia a un immaginario folclorico balcanico e, insieme, rende tangibile il tema del tempo inciso, che non si cancella.
Otto minuti, una manciata di colori, un'unica idea portata fino in fondo. È un cortometraggio che si ricorda più per le immagini che per la lezione, e va benissimo così.


