Bird in the Peninsula, il rito pastello di Atsushi Wada alla Berlinale
Il regista giapponese torna a Berlino con un corto di sedici minuti su un gruppo di ragazzi, una danza e una bambina esclusa. Menzione speciale della giuria dei Berlinale Shorts.

Dieci anni fa Atsushi Wada vinceva l'Orso d'argento per il cortometraggio con The Great Rabbit, sette minuti di figure tondeggianti e azioni ripetute che nessuno riusciva a spiegare fino in fondo. Alla Berlinale 2022 il regista giapponese è tornato con Bird in the Peninsula, e la giuria internazionale dei cortometraggi gli ha assegnato una menzione speciale. Il film dura sedici minuti, il doppio del suo lavoro più noto, ed è una coproduzione tra Francia e Giappone firmata da Miyu Productions e New Deer.
Una danza che nessuno spiega
La situazione è semplice da descrivere e difficile da interpretare. Un gruppo di ragazzi prova una danza rituale sotto lo sguardo di un istruttore che osserva, prende appunti, corregge le posizioni. Si capisce che si tratta di una cerimonia di passaggio all'età adulta. Una bambina guarda da fuori. Vorrebbe partecipare e non può. Quando uno dei ragazzi si mette a inseguire uno strano uccello, lei lo segue. In un altro luogo, sotto terra, uno scienziato conduce esperimenti su un gigante.
Wada non collega questi elementi con un nesso causale. Li accosta, li lascia risuonare, e affida allo spettatore il compito di metterli in relazione. Chi conosce i suoi corti riconoscerà il metodo. Chi lo scopre adesso potrebbe trovarlo frustrante per i primi minuti, finché non accetta di guardare la danza come si guarda un rito vero: senza capirne tutte le regole.
Ripetere, rallentare
Il cinema di Wada vive di ripetizione. Un gesto torna, poi torna di nuovo con una minima variazione, poi una terza volta. In Bird in the Peninsula la danza dei ragazzi è il veicolo perfetto per questa ossessione, perché ogni prova è uguale e diversa dalla precedente, e l'istruttore che corregge le posizioni sembra un regista d'animazione che controlla le chiavi di un movimento.
Il ritmo è lento. Il sonoro è fatto quasi solo di rumori d'ambiente, passi, fruscii, qualche nota, e non c'è dialogo. Questa scelta crea un'atmosfera sospesa, a metà fra la quiete e un vago disagio. La palette è morbida, giocata su toni pastello, e le figure hanno quella forma piena e un po' goffa che è ormai la firma dell'autore. Il calore dei colori contrasta con la rigidità del rituale, e da questo contrasto nasce il tono del film, sempre in bilico fra ironia e malinconia.
Il punto di vista della bambina
Rispetto ai lavori precedenti, qui c'è un tema più leggibile. La bambina esclusa dalla cerimonia porta dentro il film una riflessione sul genere e sull'identità che Wada tratta con il suo solito pudore. Nessun personaggio dichiara niente, nessuna scena spiega l'ingiustizia. Basta che lei resti fuori dal cerchio mentre gli altri ballano, e lo spettatore capisce da che parte stia lo sguardo del regista.
L'uccello che dà il titolo al film funziona come una via di fuga. Inseguirlo significa uscire dal cerchio della danza, e il fatto che sia un ragazzo a farlo per primo complica le cose in modo interessante. Il film non scioglie i suoi nodi, e la linea sotterranea del gigante resta l'elemento più enigmatico e meno integrato del corto.
Un autore coerente
Il limite di Bird in the Peninsula è forse la sua stessa coerenza. Wada fa ciò che sa fare benissimo, con una padronanza totale del tempo e del silenzio, e chi cercava una svolta potrebbe restare deluso. La durata doppia rispetto ai corti più brevi non sempre si traduce in maggiore ricchezza: alcune ripetizioni, a metà film, pesano.
Resta un'opera rara per finezza, uno di quei cortometraggi che non si lasciano riassumere e che tornano in mente giorni dopo, magari davanti a un gruppo di persone che ripetono un gesto collettivo senza chiedersi perché. La menzione berlinese è meritata, e il film ha davanti a sé tutta la stagione dei festival d'animazione.


