Belle di Mamoru Hosoda, la ragazza di Kochi disegnata e la sua copia digitale

Presentato a Cannes e appena uscito in Giappone, il nuovo film di Hosoda divide il mondo in due tecniche. La campagna di Suzu è animata a mano, il mondo virtuale U in computer grafica.

Hosoda Mamoru from "The World of Mamoru Hosoda" at Opening Ceremony of the Tokyo International Film Festival 2016 (33644165985)
Immagine: Dick Thomas Johnson from Tokyo, Japan · CC BY 2.0 · Wikimedia Commons

Chi esce da Belle ricorda soprattutto le canzoni, la folla di avatar, la balena coperta di altoparlanti che attraversa il cielo di U. Eppure le scene più belle del nuovo film di Mamoru Hosoda sono altrove, in una stazione di provincia, sul greto di un fiume, in una cucina dove un padre e una figlia non riescono a parlarsi. Sono le scene disegnate a mano, e il film le mette in competizione con il proprio spettacolo digitale.

Prodotto dallo Studio Chizu, Belle è stato presentato a metà luglio a Cannes, nella sezione Cannes Premiere, ed è uscito nelle sale giapponesi il giorno seguente. Va detto subito, per chi segue questo sito: si tratta di un film a tecnica mista. Hosoda ha diviso le due metà del racconto anche sul piano produttivo. Tutto ciò che accade nel mondo reale è animazione 2D tradizionale, mentre il mondo virtuale di U è realizzato in computer grafica. Una terza mano, quella dello studio irlandese Cartoon Saloon, ha contribuito ad alcune ambientazioni di U.

Suzu, Belle e la Bestia

Suzu è una diciassettenne di un paese di montagna nella prefettura di Kochi. Da bambina ha visto la madre annegare nel fiume per salvare un bambino che non conosceva, e da allora non riesce più a cantare. Lo fa invece dentro U, una rete sociale immersiva con miliardi di iscritti, dove il suo avatar diventa Belle, una cantante dai capelli rosa che nel giro di pochi giorni conquista una popolarità enorme. Durante uno dei suoi concerti irrompe il Drago, una figura mostruosa e ferita a cui tutti in U danno la caccia. Suzu vuole capire chi si nasconde dietro quella maschera.

Il riferimento a La bella e la bestia è dichiarato, anche alla versione Disney del 1991, che il film cita apertamente nel castello del Drago e nella scena del ballo. Non a caso il personaggio di Belle è stato disegnato da Jin Kim, animatore di lungo corso della Disney. Il tema, però, è un altro. Hosoda parla di identità digitali e di violenza domestica.

Due tecniche, due pesi

Il mondo di U ha tutta la vertigine che ci si aspetta. Rispetto alla rete OZ di Summer Wars, la scala è aumentata, e i numeri musicali hanno un respiro da kolossal. Ma l'animazione in CG dei personaggi resta fredda. Belle canta con un viso levigato e poco espressivo, e i combattimenti con il Drago hanno una scorrevolezza che toglie peso ai corpi.

Il paese di Suzu è un'altra cosa. Il tratto è quello di Hosoda, linee sottili, ombre ridotte al minimo, colori chiari. I fondali dipinti in digitale restituiscono la luce umida di Kochi con grande precisione. Soprattutto, la recitazione dei personaggi disegnati ha una finezza che il digitale non raggiunge. C'è una sequenza di equivoci sentimentali fra compagni di classe, ambientata in una piccola stazione, in cui tutto si gioca su sguardi, passi indietro, corse goffe avanti e indietro. È una scena comica di pochi minuti, animata con un tempismo da commedia muta, e dice di questi ragazzi più di tutto il resto del film.

La divisione fra le due tecniche è concettualmente limpida. Il reale è fragile e fatto a mano, il virtuale è brillante e generato. Hosoda la usa bene finché le due linee procedono parallele. Diventa più problematica nel finale, quando la trama chiede che il mondo vero e quello di U si incontrino e il film non trova una forma visiva per questo incontro.

Un melodramma troppo affollato

Il limite di Belle è la sceneggiatura, che accumula sottotrame e personaggi senza riuscire a seguirli tutti. Il vigilante che vuole smascherare il Drago resta una figurina, il coro di signore che sostiene Suzu è delizioso ma marginale, e la soluzione del mistero arriva con una fretta che contraddice la pazienza delle parti precedenti. Il tema degli abusi domestici, introdotto tardi, avrebbe meritato più spazio.

Resta un film generoso, ambizioso, a tratti commovente. La colonna sonora di Taisei Iwasaki, Ludvig Forssell e Yuta Bandoh è all'altezza dello spettacolo, e la voce di Kaho Nakamura regge da sola le sequenze musicali. Ma lo spettatore interessato al disegno ne esce con una convinzione precisa. Il film più bello di queste due ore è quello piccolo, ambientato a Kochi e disegnato a mano, e il suo spettacolo digitale gli fa da contorno.

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