El Apóstol, il primo lungometraggio animato nacque a Buenos Aires nel 1917

Vent'anni prima di Biancaneve, in Argentina, un film di sagome ritagliate prendeva in giro il presidente Yrigoyen. Oggi non ne resta un fotogramma.

Cristiani en su estudio
Immagine: La Nación Revista Semanal, 9 de noviembre de 1930, nº 71 · Public domain · Wikimedia Commons

La domanda «qual è stato il primo lungometraggio d'animazione?» ha una risposta che sorprende molti appassionati. Non Biancaneve, uscito nel 1937, e nemmeno Le avventure del principe Achmed di Lotte Reiniger, del 1926. Il primato, secondo la maggior parte delle storie del cinema, spetta a El Apóstol, presentato a Buenos Aires nel novembre del 1917. Un film satirico, politico, realizzato con figure di cartone ritagliate.

Il problema è che nessuno può vederlo. L'unica copia nota è andata distrutta.

Un produttore, un caricaturista, un ragazzo

L'idea fu di Federico Valle, produttore di origine italiana attivo a Buenos Aires, che dirigeva una società di cinegiornali. Valle aveva assunto un giovane disegnatore, Quirino Cristiani, nato in provincia di Pavia nel 1896 ed emigrato in Argentina da bambino con la famiglia. Cristiani aveva cominciato realizzando brevi vignette animate di attualità politica da inserire nei notiziari.

Per El Apóstol il progetto era molto più ambizioso. La sceneggiatura metteva in scena il presidente Hipólito Yrigoyen, in carica dal 1916, che saliva in cielo e, con l'aiuto di Giove, scagliava fulmini su Buenos Aires per purificarla dalla corruzione. Il film era una caricatura del moralismo del presidente e insieme della vita politica argentina. Ai disegni dei personaggi lavorò il caricaturista Diógenes Taborda, e alcune fonti attribuiscono un ruolo nell'animazione anche ad altri collaboratori dello studio di Valle. Le attribuzioni precise, a un secolo di distanza, restano in parte discusse.

Le sagome di cartone

Cristiani non usò il rodovetro, che in Argentina all'epoca non era disponibile e comunque era vincolato da brevetti americani. Scelse il ritaglio. Le figure erano disegnate su cartoncino, ritagliate e scomposte in parti mobili, poi spostate a piccoli scatti sotto la macchina da presa. È la tecnica che oggi chiamiamo cut-out.

Il metodo aveva vantaggi pratici evidenti. Una figura snodata si riutilizza per centinaia di fotogrammi, senza ridisegnarla. Allo stesso tempo imponeva uno stile: movimenti un po' rigidi, pose definite, un'animazione che privilegia il gesto caricaturale rispetto alla fluidità. Per una satira politica era perfetto. Secondo le testimonianze dell'epoca il film durava oltre un'ora a velocità di proiezione muta e conteneva anche una sequenza spettacolare con l'incendio della città, ottenuta con modellini.

Le cronache raccontano un buon successo di pubblico a Buenos Aires.

Un fuoco, poi un altro

Nel 1926 un incendio negli stabilimenti di Valle distrusse gran parte del suo archivio, compreso El Apóstol. Il secondo lungometraggio di Cristiani, Sin dejar rastros, uscito nel 1918 e ispirato a un episodio della politica estera argentina durante la guerra, fu ritirato dalle sale quasi subito per ragioni diplomatiche e non è sopravvissuto.

Peludópolis e il silenzio

Cristiani continuò a lavorare in proprio. Nel 1931 presentò Peludópolis, un'altra satira su Yrigoyen, che nel frattempo era stato rieletto e poi deposto da un colpo di Stato. Il film aveva una colonna sonora su disco sincronizzato e viene ricordato come il primo lungometraggio animato sonoro. Anche questo è perduto.

Negli anni successivi Cristiani gestì un laboratorio di sviluppo e stampa e realizzò cortometraggi pubblicitari. Un altro incendio, molti anni dopo, distrusse quanto restava del suo archivio. Morì a Bernal, vicino a Buenos Aires, nel 1984.

Il suo caso dice qualcosa di importante sulla storia dell'animazione. Le genealogie ufficiali tendono a passare per Parigi, New York e Hollywood. Ma il primo lungometraggio animato di cui abbiamo notizia certa è nato in America Latina, con mezzi di fortuna, da una società di cinegiornali e da un ventenne con le forbici. Il fatto che non se ne conservi nulla, se non qualche fotografia di scena e articoli di giornale, non ne cancella il primato. Ricorda invece quanto la storia di quest'arte dipenda da ciò che, per caso, è sopravvissuto alle fiamme.

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